Ecco il coro più grintoso d'Italia

Ecco il coro più grintoso d'Italia

7 Minuti18 Settembre 2022

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Si chiama FuckCancer Choir e ora si cimenta in un musical

E’ il primo, e unico, coro italiano di pazienti oncologici. Ha un nome speciale, d’impatto: FuckCancer Choir. E quando lo ascolti ti viene voglia di cantare, di intonare la voce e unirti a musiche e parole che sanno di grinta e vitalità. Quindi vogliamo presentarti questo progetto nella nostra rubrica “Andiamo a conoscere”.

Tutto inizia nel 2019. Federica, oncologa, e Stefania, biologa, lavorano insieme in un ospedale piemontese. Il cancro, purtroppo, fa parte della loro quotidianità e un giorno Federica scopre che Stefania ha scritto il testo di una canzone ispirata a un loro paziente che sta facendo uno studio sperimentale. “Il brano è arrivato alla semifinale nazionale Area Sanremo e mi ha colpito così tanto che mi ha spinta ad agire, anche perché noi ci occupiamo di tumori rari ed è molto difficile avere fondi per la ricerca” ricorda Federica. “Quindi ho pensato di organizzare un concerto proprio per questo scopo. L’evento è andato così bene che ho deciso di mettermi in gioco e partecipare alle prove. Allenavo la voce ovunque, anche in auto dietro le stradine dell’ospedale, e ogni volta i pazienti mi vedevano. E alla fine io e Stefania abbiamo voluto coinvolgere anche loro. I benefici non mancano: cantare fa bene a livello psicologico ed è anche una specie di fisioterapia che migliora la respirazione, soprattutto per chi ha problematiche ai polmoni”.

L’idea diventa realtà e qualche mese dopo sul palco va in scena “Sulle note della ricerca 2” con i malati che cantano insieme, diffondendo nell’aria speranza e gioia. Presto al gruppo si uniscono anche i famigliari e altri operatori sanitari e oggi il coro è formato addirittura da 25 persone. Ed è diventato qualcosa di più di un semplice hobby. “E’ qualcosa di molto importante perché si creano legami profondi, siamo una specie di famiglia” dice Stefania, l’altra fondatrice. “Il nome? L’abbiamo scelto insieme, ci è venuto spontaneo perché tutti vogliamo mandare a quel paese la malattia. Certo, abbiamo fatto scalpore!”.

Di sicuro, il coro sta facendo parlare di sé e si è esibito persino davanti al Papa. “Già, siamo andate in Piazza San Pietro” racconta con orgoglio Loredana, una delle cantanti. “Ho iniziato a partecipare nel 2019 e in quel periodo la mia situazione di salute era critica, ma cantare mi aiutava a staccare, ad allontanare i pensieri negativi. Mi ricordo la prima volta sul palco: ho intonato il brano ‘Amico è’ che racchiude l’essenza di questo progetto, ed ero davvero agitata. Mai avrei immaginato che saremmo arrivati così lontano. Il coro mi sta dando molto: prima ero molto introversa, ora mi sento più sicura”.

Anche Margherita non si perde una prova del coro e sfodera un sorriso pieno quando rivive i primi passi da cantante. “Ho debuttato con un brano da solista e mi sono impegnata tantissimo perché non ha una voce perfetta. Ecco, il coro rappresenta la mia sfida personale, è un’attività che allena la grinta e mi insegna a non mollare. Poi condividere il percorso oncologico con altri malati mi fa sentire meno sola. E infine, raccogliere fondi per la ricerca mi rende così orgogliosa”.

Selene annuisce. Fa parte del coro da un anno e le prove settimanali sono state la spinta migliore verso la normalità. “In quel periodo venivo da mesi di terapie, ero molto debole fisicamente e cantare è stata una ginnastica potente. Uscivo dalle prove stremata ma ritrovavo la forza, mi faceva stare bene. Al debutto ho cantato anche io ‘Amico è’ e in quel momenti ho sentito di far parte di qualcosa di speciale”.

I benefici non mancano: cantare fa bene a livello psicologico ed è anche una specie di fisioterapia che migliora la respirazione, soprattutto per chi ha problematiche ai polmoni"

Speciale questo coro lo è di sicuro. E ora si sta preparando all’appuntamento del secolo: il primo musical, scritto da Stefania. “Si intitola ‘Essere umani’ e racconta le storie dei nostri pazienti e di tutti noi” spiegano lei e Federica. “Fa venire i brividi, ma abbiamo cercato anche di metterci la giusta leggerezza per lanciare un messaggio positivo. Anche questa è una bella sfida, perché al canto si aggiungono parti recitate e ballate. Infatti, studiamo anche a casa, provando davanti allo specchio!”.

L’appuntamento è il 24 settembre, al Teatro Ambra di Alessandria. A presentare Antonella Clerici e nello show ci saranno i ballerini Andrea Colli e Alessia Gobbi, con le coreografie di Patrizia Campassi. L’ingresso è a offerta libera e il ricavato andrà ad A.I.Ma.Me. (Associazione italiana malati di melanoma) e a Tutor (Associazione tumori toracici rari).

Insomma, anche cantare è un modo per dire basta al cancro, per rialzarsi e tornare a vivere. E, cantando, si pensa anche al futuro. “Cosa faremo dopo il musical? L’importante è continuare. Nel 2021 abbiamo fondato la nostra associazione. In Italia non esistono altri cori simili e potremmo lanciare l’idea a chi ci ascolta di crearne altri, in giro per l’Italia e magari un giorno ci ritroveremo a gareggiare tutti insieme. Un altro sogno è esibirci in televisione. Comunque, non ci fermeremo mai perché quello che facciamo è davvero importante per tutti noi”.


Caregiver prendetevi cura-di-voi

Caregiver, prendetevi cura di voi

7 Minuti26 Luglio 2022

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Francesca Favotto ripercorre il grande amore con Matteo Losa

“Matteo è qui. E’ molto potente ed è ancora tra noi, anche se non posso abbracciarlo”. Matteo è Matteo Losa, scrittore, artista e fotografo, che se ne è andato per un tumore il 6 agosto 2020. E a pronunciare questa frase è Francesca Favotto, al suo fianco per 18 anni. Abbiamo seguito la loro storia da sempre e parlarne, oggi, ha un significato e una forza speciali, come una musica che ti richiama emozioni uniche. Perché Koala Strategy ha preso il via anche grazie a Matteo, che con la sua vicenda ha ispirato Elisa, la fondatrice del progetto.

“Sono felice che da un momento straziante come il suo addio sia nata un’idea così bella” dice Francesca con il sorriso. Ecco, questa ragazza classe 1985 sorride con le labbra, con gli occhi e con ogni parte del suo corpo perché l’amore le ha insegnato la gratitudine e l’ottimismo, nonostante tutto. Parla ancora al plurale perché certi sentimenti non muoiono mai. Quello tra lei e Matteo, infatti, è stato un legame immenso anche se, purtroppo, il cancro ne è stato protagonista. “Ci siamo conosciuti quando avevo 16 anni ed è stato un colpo di fulmine. Per 14 anni abbiamo avuto questo antagonista da combattere. Matteo era un esperto di favole, ha anche scritto il libro “Piccole fiabe per grandi guerrieri” (Mondadori) e sapeva bene che ogni eroe deve affrontare un viaggio difficile prima del lieto fine. Ecco, sembra che qui il lieto fine non ci sia, ma io sono convinta del contrario perché Matteo continua a far nascere cose belle e voi ne siete la prova. E ogni momento è stato felice e ricco di gioia…”.

Questi istanti pieni le hanno permesso di affrontare un percorso così duro come quello oncologico. “Il cancro è una malattia che non colpisce solo il paziente: tutta la famiglia e ogni persona che gli vuole bene si ammalano, perché è una patologia spesso subdola e lunga. Quando è arrivata la diagnosi di Matteo avevo 21 anni, ero all’apice di tutto eppure restargli vicino è stato naturale, non ho dovuto pensarci perché amare significa esserci. Non lo nego: è stata dura e molto faticosa. Quando i tuoi coetanei scelgono la location per il matrimonio o pensano a un figlio, tu sei in giro per le corsie degli ospedali e l’idea di un bimbo non ti può sfiorare visto che le terapie mineranno la fertilità. All’inizio alcuni amici mi chiedevano chi me lo facesse fare ma io non mi sono mai posta questa domanda”.

“Il cancro soffoca i pensieri e non c'è niente di male ad ammettere che faccia schifo: prima si accetta questa cosa, prima si diventa un caregiver migliore”

Ripercorrendo gli ultimi momenti con il suo grande amore, Francesca regala il primo consiglio ai caregiver. “La malattia ti fa capire che la fine sta arrivando, ma è comunque devastante. Ecco perché bisogna sempre prenderci cura anche di se stessi. Chiedete aiuto se avete bisogno di rigenerarvi qualche giorno, a livello fisico e psicologico. Il cancro soffoca i pensieri e non c’è niente di male ad ammettere che faccia schifo: prima si accetta questa cosa, prima si diventa un caregiver migliore. Matteo faceva molto affidamento sul mio buon umore e sulla mia speranza, spesso ci reggevamo su un equilibrio precario visto che lui si sentiva anche in colpa per il mio dolore e quindi se io mollavo, si abbatteva anche lui ”.

Come ogni percorso oncologico, anche quello di Matteo e Francesca ha avuto i suoi momenti difficili e Francesca non si nasconde. Ascoltarla è un invito a essere se stessi, sempre, e a lasciar andare ideali irraggiungibili.. “Un esempio? Non sono mai stata la casalinga perfetta e a volte facevo i capricci davanti all’ennesima visita in ospedale, così come perdevo anni di vita ed ero nervosissima quando aspettavamo i referti di un esame importante. Ecco, diciamo che la pazienza l’ho imparata dopo… Ma c’ero sempre e lo amavo con tutta me stessa, anche perché lui mi ripeteva che se avesse scoperto che rimanevo solo per pietà mi avrebbe lasciato subito. Siamo andati avanti insieme e ho capito che tutto quello che succede, arriva per insegnarci qualcosa. E se oggi sono così forte e so cosa vuol dire resilienza, lo devo proprio a questa esperienza”.

Quando pronuncia la parola ‘oggi’, Francesca sembra avere ancora più grinta. Sta portando avanti quello che Matteo aveva iniziato e non potrebbe essere altrimenti. Quando lui era vivo, erano la Famiglia Favolosa (dall’unione dei due cognomi Favotto e Losa) insieme ai loro amici e quella esisterà per sempre. Come l’esercito della luce, lanciato da Matteo per i suoi follower con cui condivideva sui social video, foto, frasi e tanto altro. “Tutto questo riecheggerà in eterno, è un circolo d’amore che continua e fa nascere tante iniziative, tanto che io mi sento un po’ una sacerdotessa dell’amore visto che scrivo anche di rapporti e sentimenti. Lui ha lasciato tanti progetti, non so se scriveremo un altro libro e comunque parecchie idee bollono in pentola”.

E’ il momento dei saluti, ma il pensiero di Francesca va ancora ai caregiver. “Se fossi un politico? Esistono associazioni che fanno rete e aiutano queste figure, ma se ne parla poco. Quindi, se avessi questo ruolo, accenderei i riflettori su di loro e le sovvenzionerei con più fondi: chi si prende cura di un paziente oncologico, deve avere aiuto fisico e psicologico. Servono figure di supporto specializzate e anche tanta bellezza. Non scherzo: non sarei qui senza i libri, l’arte, la cultura. La cosa più importante che si possa dare a un essere umano è la cultura, la cura dell’anima”.


Michelle, il cancro ha portato una nuova me

Michelle, il cancro ha portato una nuova me

6 Minuti14 Luglio 2022

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Le confessioni di una dolcissima donna alle prese con un tumore al seno

Quando parli con Michelle Sottile, ti senti avvolta da un calmo abbraccio perché questa donna emana subito dolcezza e tranquillità. Gli occhi sono puri e lo sguardo sembra quasi trasparente anche se puoi percepire l’oscurità che ha tormentato la sua anima. E in fondo la segna ancora. Eppure questa donna classe 1984, moglie e mamma di due bambine, ti apre il cuore con gioia perché sa che condividere significa sentirsi meglio e aiutare gli altri.

La sua storia prende il via a marzo 2020. Siamo in pieno lockdown, lei sta allattando la seconda figlia e si accorge di una piccola pallina al seno destro. Monitora la situazione e a giugno l’ecografia la tranquillizza. “Si trattava di un fibroadenoma benigno, da controllare dopo sei mesi. Addirittura, a un certo punto sembrava sparito e al tatto non sentivo più nulla. Ma poi ho avvertito un nodulo vero e proprio e una dottoressa, da cui sono andata per un altro controllo, mi ha suggerito di indagare più a fondo”.

Così, il 13 aprile 2021 Michelle si sottopone alla visita più difficile. La biopsia evidenzia un tumore al seno e segna l’inizio di un tunnel che questa donna sta ancora percorrendo. “Sembrava un carcinoma in situ, ossia all’inizio, da rimuovere con un’operazione e sono anche riuscita a essere ironica perché ho pensato che almeno mi sarei rifatta il seno. Ma l’esame istologico ha poi rivelato che c’era un altro tumore e che sarebbero servite la chemioterapia e i farmaci monoclonali”.

Michelle Sottile Cancer Confidential

Quei momenti sono scolpiti nel cuore di questa donna. “Ricordo proprio l’istante in cui io e mio marito siamo usciti di casa e ci siamo messi in auto per ritirare il referto dell’istologico: c’era un silenzio incredibile, come se sapessimo già il responso, e quando il medico ci ha spiegato la situazione mi sono chiesta subito se sarei stata in grado di prendermi cura delle mie figlie e di avere una vita normale”. Michelle ha provato a puntare sull’ottimismo, ma poi è entrata in un vortice in cui ha perso il contatto con la realtà. “L’ignoto mi spaventa: mi domando come andranno le cure e se la malattia tornerà. La chemio mi ha fatto stare davvero male ma ero concentrata sulla tabella di marcia della terapia e ora, invece, sono in una fase di mantenimento in cui mi sento meno protetta”.

Sentirsi ‘scoperta’, però, non è per forza negativo. Anzi. “Mi sono permessa di stare male, di entrare in un buco nero. All’inizio percepivo troppo rumore e invece volevo il silenzio e apprezzavo quasi la solitudine forzata dalla pandemia che mi ha costretto ad affrontare tante visite e cure da sola. Così sono entrata in contatto con le mie emozioni, soprattutto con la rabbia. Tuttora sono molto arrabbiata perché sono succube di questa situazione, devo accettare tutto. Ma attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

“Attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

Il viso di Michelle si rabbuia. Ma è solo un attimo e il sorriso torna quando parla delle sue piccole. Ha scelto di essere trasparente anche con loro, senza mai nascondere la malattia, e introiettando i loro insegnamenti. “I bambini ti insegnano a vivere il presente e a capire che tutto passa, ti costringono a non pensare troppo e a lasciarti andare alla lentezza. In famiglia abbiamo continuato a essere ironici e scherzosi come sempre e io ho voluto mostrarmi con autenticità anche nelle fasi peggiori, come quando la chemio ha fatto cadere i miei capelli. Ho preferito rimanere me stessa e raccontarmi su Instagram per prendere consapevolezza del percorso e aiutare un po’ chi stava vivendo la stessa esperienza. Gli altri? All’inizio detestavo quando mi chiedevano ogni giorno come stavo, poi ho imparato a spiegare i miei bisogni. E su questo fronte l’affetto vince sempre”.

Insieme agli abbracci, Michelle ha superato gli ostacoli con la meditazione, lo yoga, gli oli essenziali e tante letture che hanno dato un significato a questa sfida. E ora prova ad aprirsi al futuro e a nuovi sogni. “Ho sempre lavorato nel settore commerciale delle multinazionali, ma da tempo provavo un po’ di insoddisfazione, mi mancava qualcosa. Così l’anno scorso, all’inizio delle terapie, mi sono licenziata e ho lasciato un posto molto ambito perché vorrei fare qualcosa di più utile. Mi sto prendendo del tempo, sento delle buone energie e non vedo l’ora di scrivere una nuova pagina della mia vita”.


Il regalo più bello per chi ha un tumore? La normalità

Il regalo più bello per chi ha un tumore? La normalità

6 Minuti1 Luglio 2022

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Inauguriamo la rubrica dedicata ai caregiver con Mattia Zenesi

Sai perché questo sito si chiama Koala Strategy? Perché il dolcissimo animale australiano vive sempre abbracciato: abbracciato al suo albero, alla sua mamma, al suo compagno, al suo cucciolo… E anche il cancro si supera proprio abbandonandosi un po’ tra la braccia di chi ti ama. Ovvero il caregiver, chi si prende cura di te che ci leggi, chi cammina al tuo fianco in questo percorso e cerca di rendere la strada meno accidentata.

Allora, oggi inauguriamo una rubrica a cui teniamo molto, quella dedicata ai caregiver, per accendere i riflettori su queste figure fondamentali e dar loro voce. Lo facciamo con Mattia Zenesi, fotografo e blogger 37enne. L’amore infiamma ogni parola di quest’uomo tanto che anche i ricordi più cupi sembrano illuminarsi un po’. “Sono stato il caregiver di mia moglie Claudia, che ha scoperto di avere un tumore al seno il giorno del suo 35esimo compleanno. In realtà eravamo abbastanza preparati, perché quando ci eravamo conosciuti lei mi aveva confessato quasi subito di avere familiarità con questa patologia, che era la sua più grande paura. Il giorno della diagnosi è stato traumatico, come quando capisci che il peggiore dei tuoi incubi sta diventando purtroppo realtà”.

Nel pieno nella tempesta Mattia ha fatto una promessa, alla moglie e a se stesso. E ha fatto di tutto per mantenerla. “Ho giurato a Claudia che avremmo affrontato ogni istante insieme. Volevo che lei avesse stabilità, desideravo supportarla e sopportarla in ogni situazione. Mi sono detto che sarei stato una presenza costante, una certezza. Visto che non vivevo la malattia sulla mia pelle, il minimo che potessi fare era alleggerire il fardello di Claudia e darle la possibilità di sfogarsi”.

“Cercavo di comportarmi come se nulla fosse, senza mostrare troppa compassione. E sfruttavo i momenti in cui Claudia era più in forma per tornare alla vita di prima e concederci la colazione a letto, un po' di shopping in centro, una passeggiata in montagna o un weekend al mare...”

Così, Mattia si è dedicato alla moglie e ha trasformato ogni giorno in una missione, anzi in una dichiarazione d’amore. “Le sono sempre stato vicino. All’inizio, quando è stata operata, ho usufruito della legge 151 sul congedo straordinario e sono stato a casa diverse settimane. Poi, durante le terapie, ho utilizzato tutti i permessi previsti dalla legge 104, quella che regola proprio l’assistenza dei pazienti. Io c’ero e questo rasserenava molto Claudia. Poi, cercavo di sorridere sempre: anche se è stato pesante, davanti a lei non ho mai mostrato nessun cedimento”.

Eppure, anche chi sta a fianco di un malato oncologico è attraversato da mille angosce e avrebbe bisogno di aiuto, ma ammetterlo è dura. “Come tanti uomini, fatico a chiedere una mano. Certo, ogni tanto parlavo con i miei genitori ma non volevo caricarli di questo peso. Quindi trovavo da solo la forza pensando che avrei fatto tutto per Claudia”. E lo ho fatto davvero, anche durante i momenti più critici, come l’inizio della chemioterapia o dopo la mastectomia bilaterale preventiva. “Sapevo che dalla sala operatoria sarebbe uscita una persona diversa e che anche le cure l’avrebbero messa a dura prova, ma l’ho appoggiata e ho cercato di darle un pizzico di normalità”.

È questa, forse, la parola magica: normalità. Il regalo più bello che un caregiver possa donare è la quotidianità. “Cercavo di comportarmi come se nulla fosse, senza mostrare troppa compassione. E sfruttavo i momenti in cui Claudia era più in forma per tornare alla vita di prima e concederci la colazione a letto, un po’ di shopping in centro, una passeggiata in montagna o un weekend al mare…”.

Il tempo è passato. Oggi operazioni e terapie sembrano appartenere al passato e Mattia si guarda indietro con lucidità per dare un consiglio ai caregiver. “Stringete i denti, lasciate perdere ogni problema e concentratevi solo sulla persona che amate. Ma non sobbarcatevi tutto da soli e cercate un amico fidato con cui sfogarvi. Ecco, a queste figure serve il giusto supporto psicologico e sarebbe bello, per esempio, che ci fosse una community di gente che ha vissuto questa esperienza e fosse disposta a stare al fianco degli altri caregiver. E, per finire, ci vorrebbe più attenzione sul fronte dei diritti. Io sono stato fortunato e il mio datore di lavoro ha compreso la situazione, ma non è così scontato, quindi avere aiuto e chiarezza sarebbe molto utile”.


Rossella quando il cancro ti insegna a inseguire ogni desiderio

Rossella, quando il cancro ti insegna a inseguire ogni desiderio

7 Minuti20 Giugno 2022

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La blogger ci racconta la sua esperienza con il Linfoma di Hodgkin

Se avessimo una sola parola per descrivere Rossella Corea, sceglieremmo curiosa. Lei stessa la ripete più volte quando si racconta, come se la curiosità per il mondo che la circonda e per la vita fossero davvero un fiume inesauribile. Classe 1990, volto social, è autrice del blog Into the Ross, un diario che trabocca di emozioni e di passioni. E ha anche creato, insieme ad altre 4 ragazze, #Tettebiscottate4Airc, le mitiche magliette rosa che hanno raccolto fondi per la prevenzione e la ricerca sul tumore al seno.

Perché anche Rossella ha visto in faccia la malattia e oggi, giornata nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma riesce a riviverla con il sorriso puro di chi ce l’ha fatta. “Ho quasi 32 anni e la mia storia inizia a 26. Mi trovavo a Lisbona doveva avevo terminato l’Erasmus e dovevo laurearmi. Sono sempre stata un po’ zingara: fino ai 6 anni ho girato diverse città italiane, poi mi sono trasferita a Verona e durante l’università sono andata, appunto, in Portogallo. Quel natale sono tornata a casa, in Veneto, e mia mamma mi ha fatto notare che avevo il collo gonfio. Non avevo mai avuto nessun sintomo, a quell’età mi credevo invincibile. Così ho iniziato l’iter di controlli e ho scoperto un nodulo alla tiroide, che mi hanno subito rimosso con un intervento. Poi dopo qualche mese, e altri esami, è arrivata la diagnosi definitiva: avevo un Linfoma di Hodgkin”.

Rossella rimane senza parole, quasi interdetta e ancora adesso quello che le è accaduto le sembra quasi impossibile. “Mi ricordo che l’unica domanda che sono riuscita a formulare è stata ‘e quindi?, perché all’epoca non sapevo nulla di tumori e cure. L’oncologa mi ha spiegato che il linfoma era già al quarto stadio e che avrei dovuto affrontare diversi cicli di chemioterapia. Da quel momento tutto è cambiato, sono diventata un’altra persona”. All’inizio, Rossella tira fuori una grinta inaspettata, una forza che la spinge ad affrontare tutto. “Volevo iniziare le terapie e tormentavo l’oncologa per cominciare il prima possibile per poi tornare alla mia quotidianità. Desideravo solo che passasse tutto in fretta, tanto che ho trascorso quei mesi di chemio sempre in volo tra Lisbona, dove vivevo, e Verona, dove venivo per le infusioni”.

“Il cancro mi ha insegnato che non siamo alberi, non abbiamo le radici per forza ancorate al terreno, ma possiamo cambiare, ascoltare noi stessi e percorrere strade diverse”

Poi arrivano i momenti più duri. Mentre ripercorre quei mesi, Rossella si accarezza i capelli, che ora non vuole più tagliare e ripensa a quell’enorme macigno che ancora le pesa sul cuore. “L’aspetto peggiore era vedere gli altri in pena per me. I miei genitori si sono separati quando ero ragazza, eravamo una famiglia un po’ ammaccata eppure abbiamo trovato insieme la forza per andare avanti. Ma quando sentivo papà piangere o vedevo che mia mamma e mio fratello nascondevano a stento il loro dolore, non riuscivo a perdonarmi. Non potevo fare nulla per loro ed era terribile”.

Infatti, alcuni istanti restano indelebili nell’anima di questa ragazza. “Mi ricordo che una volta ho fatto la chemio e poi sono partita per la Svizzera con mio papà, che lavorava lì. Ero stremata, senza forze, ho dormito tutto il viaggio e anche il giorno successivo. Poi sono tornata a Lisbona e ho scoperto di aver vinto una borsa di studio. Così ho telefonato subito a mio papà per dargli la bella notizia. Ma lui si è messo a piangere e non ha più smesso perché era ancora sconvolto per quanto era stata male…”. Già, il cancro è un terremoto che fa crollare tutto e tutti. Non solo il malato ma anche i famosi caregiver, che hanno un ruolo fondamentale e meritano attenzione e aiuti.

Dopo i momenti difficili, per fortuna sono arrivati anche quelli belli e Rossella li racconta con un sorriso pieno. “Quando ho terminato la chemio mi sono sentita libera, di nuovo, anche se da una parte mi è dispiaciuto lasciare i miei compagni di avventure in ospedale. Si era creata una specie di famiglia e c’era un signore che mi ripeteva che dovevo crederci, che ce l’avrei fatta. Poi ricordo anche i primi controlli: che ansia. La prima volta in cui ho fatto la Pet mi sono messa a pregare nel macchinario…”.

Tra un po’ saranno passati cinque anni dalla diagnosi e Rossella festeggia questo importante traguardo riaprendo la porta a nuovi sogni. “Li cambio spesso perché adoro provare nuove esperienze. Leggere e scrivere sono sempre state due grandi passioni e infatti il mio blog è nato dopo la malattia proprio perché avevo voglia di aprirmi e desidero ancora scrivere un romanzo. Ho sempre temuto il giudizio della gente e questo mi ha bloccata molto. Poi sono andata in terapia e ha capito che dovevo fregarmene. Ora, il mio sogno è fare sempre quello che mi rende felice, realizzare tutto quello che voglio. Ho anche cambiato lavoro, mi occupo di digital Pr e social media per un’azienda, e sono tornata a vivere a Verona. Ecco, il cancro mi ha insegnato che non siamo alberi, non abbiamo le radici per forza ancorate al terreno, ma possiamo cambiare, ascoltare noi stessi e percorrere strade diverse”.


we will care in barca e non solo per guarire la mente

We will care, in barca (e non solo) per guarire la mente

5 Minuti16 Giugno 2022

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L’associazione offre supporto psicologico ai pazienti oncologici e ai caregiver

L’oncologo, il chirurgo, lo specialista…Loro si occupano di guarirti dal cancro. Pensano a interventi, cure, controlli. Ma chi si dedica al tuo benessere psicologico? Eppure sappiamo che anche la mente è fondamentale nel percorso di guarigione. Perché se stai ‘bene’, riesci ad affrontare meglio ogni tappa di questo lungo percorso. Allora, per la nostra rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo We will care onlus, l’associazione nata proprio per supportare a livello psicologico i pazienti oncologici e i loro caregiver.

Dottoressa Sebri, sveliamo cosa fa We will care

“Siamo nati nel 2016 proprio per promuovere il benessere psicologico dei malati oncologici e di chi sta affrontando il cancro insieme a loro. La sede fisica è a Milano, ma in seguito alla pandemia e al lockdown abbiamo sviluppato iniziative e interventi online, quindi oggi seguiamo persone in tutta Italia”.

Perché il sostegno psicologico è così importante?

“Una delle prime sensazioni che il malato oncologico sperimenta è la solitudine e si tratta di una vera solitudine esistenziale, perché si trova davanti a qualcosa di inaspettato e sconvolgente, molto faticoso e complesso da vivere. L’aiuto psicologico ti dà proprio gli strumenti che ti permettono di affrontare questo evento. Lo specialista prende per mano il paziente, lo accompagna nel percorso, lo rende protagonista e presta attenzione a tutti i suoi bisogni”.

Gli psiconcologi, purtroppo, non sono figure così diffuse negli ospedali e spesso anche i pazienti stessi fanno resistenza...

“È vero, c’è ancora un po’ di paura a percorrere questa strada. Fare i conti con la mente significa entrare in contatto con il proprio mondo emotivo che, durante la malattia, è sconvolto, quindi il percorso psicologico sembra solo una fatica in più. Invece si può trasformare in un’occasione per guardare in faccia quello che si sta vivendo e capire, per esempio, che non è una sfida, ma qualcosa da accogliere. Il supporto psicologico è fondamentale per capire tutte le emozioni e conoscersi meglio”.

Il percorso psicologico sembra solo una fatica in più. Invece si può trasformare in un'occasione per guardare in faccia quello che si sta vivendo e capire, per esempio, che non è una sfida, ma qualcosa da accogliere. Il supporto psicologico è fondamentale per capire tutte le emozioni e conoscersi meglio"

Quali sono le vostre attività?

“Una delle più importanti è ‘Pazienti a bordo’, iniziata nel 2017. In pratica, per 8 giorni, gli iscritti fanno un corso di barca a vela al centro velico di Caprera, in Sardegna, e intanto offriamo il supporto dei nostri psicoterapeuti. Si tratta di un’iniziativa speciale e intensa: prima di tutto regala ai malati un momento tutto per loro, per estraniarsi da malattia e terapie; stare in gruppo, poi, fa elaborare e condividere quello che si sta vivendo. Le attività in barca, poi, fanno molto bene a livello fisico. Infine, si dice che in barca non si può andare controvento altrimenti ci si ferma: invece bisogna assecondare il vento e anche durante la malattia bisogna assecondare le emozioni, entrarci in contatto e trovare le risorse per farcela. Oltre a questo progetti, organizziamo percorsi psicologici classici, di gruppo o singoli; poi offriamo iniziative dedicate alla mindfulness o all’elaborazione del lutto, percorsi per i caregiver e uno, a cui teniamo molto, sul rapporto con il corpo, che cambia moltissimo durante la malattia”.

Quali iniziative avete in cantiere per il futuro?

“Il punto di forza della nostra associazione è che si reinventa sempre per venire incontro ai bisogni dei pazienti. Quindi continueremo con ‘Pazienti a bordo’ e con tutti i progetti di supporto per malati e caregiver e siamo pronti a sperimentare per loro. Basta mandarci una mail a info@wewillcareonlus.it per ricevere la newsletter con gli appuntamenti, che sono tutti gratuiti. E anche sui social pubblicizziamo le attività a cui potete partecipare”.


Hai un tumore? Vieni a fare yoga con le Yogine

Hai un tumore? Vieni a fare yoga con le Yogine

5 Minuti7 Giugno 2022

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L’insegnante (e paziente) Silvia Lucchini ti svela i benefici della pratica

 

Che il movimento abbia moltissimi benefici per i pazienti oncologici, si sa. Lo yoga, in particolare, regala benessere al corpo e alla mente. Allora, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo un’insegnante speciale che, prima di tutto, ha affrontato il tumore sulla sua pelle. Si chiama Silvia Lucchini e sui social è conosciuta come @leyogine .”È l’unione di yogina, chi fa yoga, e gine, ovvero le amiche. Perché questo è nato come un gruppo di amiche e poi è diventato sempre più grande”.

Presentati

“Ho 44 anni, sono una bergamasca Doc, orgogliosa di esserlo, e nella vita faccio tante cose. Sono commercialista, mi occupo di consulenza per aziende del settore moda e insegno yoga dal 2020. Ho iniziato anni fa ad approcciarmi a questa disciplina e nel 2019 ho seguito un corso per diventare insegnante. Un mese dopo aver preso il diploma, ho scoperto di avere un tumore al seno. Non è stata una sorpresa, perché purtroppo ho la mutazione del gene BRCA, quindi sono sempre stata sotto controllo. Gli accertamenti hanno evidenziato che si trattava del cosiddetto carcinoma triplo negativo, uno dei più pericolosi, così ho dovuto sottopormi a una mastectomia totale bilaterale e alla chemio. Uscita dall’ospedale, volevo sospendere con lo yoga ma poi ho capito che avevo bisogno di qualcosa di bello, di un obbiettivo mentre attraversavo la tempesta. Questa disciplina è stata il mio rifugio, il metro di paragone per capire come stavo e infatti ho anche recuperato prima del previsto. Come insegnante, poi, era arrivato il momento di fare training, di mettermi alla prova, allora ho chiamato a raccolta le amiche e abbiamo iniziato a fare lezioni. Il destino, però, ha scombinato un’altra le carte, con l’arrivo del Covid e del lockdown. Così abbiamo spostato le lezioni su Zoom e la nostra chat si è trasformata in un prezioso momento di scambio. Per tre mesi abbiamo proseguito online, io ero piena di energie, mi sentivo rinascere dopo le cure e ho capito che insegnare mi dona forti emozioni. Adesso ho contattato l’Ospedale San Raffaele di Milano e l’associazione Salute allo Specchio e con la dottoressa Valentina De Mattei vogliamo organizzare qualcosa anche in ospedale”.

Sono tantissime le ricerche che sottolineano i benefici della yoga. Partendo dalla tua esperienza, in cosa questa disciplina può essere d'aiuto ai malati oncologici?

“Yoga significa unione tra mente e corpo e tra uomo e Terra: è un’attività millenaria e dobbiamo capire cosa può darci oggi. Prima di tutto, ci insegna ad ascoltarci: siamo abituati a parlare, a esternare ma non ci soffermiamo sull’interiorità. Quando sei malato, poi, hai paura, rischi di sprofondare nel pessimismo e nel dolore delle cure, ma la pratica ti aiuta a dare spazio alle emozioni, ad accettarle, a far uscire pianti e rabbia, ti libera dalle sovrastrutture . Lo yoga, insomma, diventa un ottimo compagno di viaggio, dalla diagnosi all’intervento fino alle cure e oltre”.

Questa disciplina infatti è perfetta per ridurre ansia, insonnia e tutti i malesseri legati alle terapie. Quali sono i trucchi per iniziare?

“Tanti cominciano per curiosità e può essere un’ottima molla. Molti vengono perché sono incuriositi dalla mia storia, altri invece cercano un’alternativa alla palestra. L’importante è buttarsi e provare, anche perché la pratica migliora tono muscolare, elasticità e flessibilità, tutti aspetti importanti per l’autostima di un paziente. Infine, si crea una spazio di condivisione, un luogo speciale in cui le persone si raccontano e si sostengono a vicenda”.

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Quando sei malato hai paura, rischi di sprofondare nel pessimismo e nel dolore delle cure, ma la pratica ti aiuta a dare spazio alle emozioni, ad accettarle, a far uscire pianti e rabbia, ti libera dalle sovrastrutture . Lo yoga, insomma, diventa un ottimo compagno di viaggio, dalla diagnosi all'intervento fino alle cure e oltre".

Allora, invitiamo tutti a provare. Parlate prima con il vostro oncologo per avere il suo via libera e poi armatevi di tappetino...

“Certo, sul mio profilo si trovano tantissimi post e video e ora inizierò a pubblicare una serie di lezioni speciali per chiunque vorrà approcciarsi alla yoga attraverso Koala Strategy. Si tratterà di video brevi, di 15 minuti, con degli asana adatti a tutti, da fare in sicurezza e tranquillità e con il giusto approccio, ovvero con gentilezza e gradualità”.


Strada per un sogno ti aiuta a diventare mamma

Strada per un sogno ti aiuta a diventare mamma

6 Minuti17 Maggio 2022

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Ecco la onlus che si occupa di oncofertilità

Ce la farò? Guarirò e, un giorno, potrò cullare tra le mie braccia un bambino? Se ti stai facendo anche tu queste domande, sei nel posto giusto. Perché cancro e maternità sono due temi che ci stanno molto a cuore. E quindi, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo un’associazione e una ginecologa che ogni giorno lavorano al fianco di donne come te.

La missione della onlus Strada per un sogno è sostenere le coppie che hanno problemi di fertilità. “L’anno prossimo festeggeremo il decennale e dal 2013 abbiamo cambiato il modo di affrontare questi temi” spiega la vicepresidente Stefania Tosca. “Abbiamo portato i medici al centro del palcoscenico e infatti abbiamo convenzioni con i maggiori istituti che si occupano di Pma, di Procreazione medicalmente assistita. Poi abbiamo unito i pazienti insieme agli specialisti perché potessero comunicare anche al di fuori dell’ospedale. L’associazione fa rete, sta al fianco delle coppie e punta su empatia e rapporti umani”.

Anche la dottoressa Simona Vailati, ginecologa direttrice sanitaria nella clinica Generalife di Milano, conosce bene lo shock delle pazienti che hanno ricevuto da poco la diagnosi e vedono i loro sogni di maternità in frantumi. “Queste persone devono sapere che prima di affrontare le cure si può pensare anche alla fertilità, preservando la propria riserva ovarica. C’è chi rifiuta questa ipotesi e in quel momento drammatico non ha la forza di pensare al futuro e chi, invece, accoglie questa possibilità”. 

Di solito, l'oncologo stabilisce le tempistiche per le cure contro il tumore. Prima di cominciarle, la paziente si sottopone a una terapia ormonale di 7/10 giorni ... Il ginecologo controlla tramite 2/3 ecografie che le ovaie rispondano al trattamento... la paziente fa un ricovero in day hospital e, senza intubazione ma con una breve sedazione, il medico effettua il cosiddetto pick-up, il prelievo delle cellule uovo. Tutti gli ovociti buoni vengono crioconservati ... e possono rimanere a disposizione per molti anni

Di pari passo, si può iniziare a preservare la riserva ovarica. In pratica, si ‘mettono da parte’ gli ovociti prima che le cure oncologiche rischino di comprometterli. “Di solito, l’oncologo stabilisce le tempistiche per le cure contro il tumore. Prima di cominciarle, la paziente si sottopone a una terapia ormonale di 7/10 giorni e si fa delle piccole punturine nella pancia con farmaci che aiutano le ovaie a sviluppare gli ovociti. Il ginecologo controlla tramite 2/3 ecografie che le ovaie rispondano al trattamento. Alla fine, la paziente fa un ricovero in day hospital e, senza intubazione ma con una breve sedazione, il medico effettua il cosiddetto pick-up, il prelievo delle cellule uovo. Tutti gli ovociti buoni vengono crioconservati, ovvero messi in azoto liquido: a questo punto è come se fossero congelati e possono rimanere a disposizione per molti anni”.

Già, è come avere un ‘piccolo tesoro’. Tante donne che l’hanno fatto lo definiscono proprio così. Quando si è dichiarate guarite, e si vuole pensare alla gravidanza, si scongelano gli ovociti e si uniscono al seme maschile. Dopo 3/5 giorni il medico vede se si sono formati gli embrioni e decide se e quanti impiantarne nell’utero. “Le percentuali di successo sono buone, perché in genere diventa mamma una paziente su tre” precisa la dottoressa Vailati. “Le possibilità sono legate a doppio filo con l’età della donna al momento della crioconservazione. Infatti, se la paziente è in là con gli anni la crioconservazione non è una strada percorribile e si può pensare poi all’eterologa. In pratica, si usano degli ovociti donati da ragazze giovani e anonime e si uniscono al seme maschile. Anche in questo caso si formano gli embrioni e le percentuali di successo si attestano intorno al 60%”. 

Embrioni, percentuali, trattamenti: a prima vista sembra un’impresa impossibile, soprattutto se si sta anche affrontando il cancro e ogni giornata non appare più scontata. “Eppure bisogna avere le giuste informazioni. Ogni donna deve sapere che ci sono queste possibilità perché la malattia non distrugge per forza il sogno di diventare mamma” conclude la dottoressa Vailati. “La scienza ci offre tante risorse, è giusto conoscerle e oncologo e ginecologo devono collaborare per dare il meglio alla paziente”.

E addirittura l’associazione Strada per un sogno guarda ancora più lontano. “Ci piace pensare a un futuro in cui le ragazze crioconserveranno comunque i propri ovociti, già da giovani” aggiunge la vicepresidente Stefania Tosca. “Non sappiamo cosa accadrà nelle nostre vite, quali sfide e quali malattie dovremo affrontare e noi vogliamo sensibilizzare le donne su questi temi”.


Komen, la onlus che corre contro il tumore al seno

Erika e Milena, che sconfiggono il cancro con l’amore

5 Minuti6 Maggio 2022

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Il racconto di una coppia unica alle prese con il tumore ovarico

Erika e Milena finiscono l’una le frasi dell’altra. Perché in amore ogni passo si fa insieme, prendendosi per mano, soprattutto se il cammino è quello che ti porta dentro e fuori dall’ospedale a combattere contro il cancro. Su YouTube e su Instagram raccontano la loro vita di ‘persone perbene’, mostrando piccoli scorci quotidiani, di vita normale. Ma i loro sorrisi, e il sentimento che le lega, sono davvero speciali.

“Forse è perché abbiamo sconfitto il cancro insieme” dicono convinte e si guardano negli occhi, come per darsi la forza di ripercorrere i momenti peggiori. “Tutto è iniziato a giugno del 2020” ricorda Erika. “Avevo l’addome gonfissimo: mi sono messa a dieta, andavo a correre eppure la pancia rimaneva uguale. Il ciclo, poi, era costante e si accompagnava a un forte senso di pienezza anche se non mangiavo nulla. Così a settembre siamo andate dal ginecologo”. Lo specialista nota qualcosa che non lo convince e, dopo una trafila di esami e visite, arriva la diagnosi.

Erika si blocca. Le lacrime rigano il suo volto perché anche solo rivivere quel momento fa male. Così Milena prosegue. “I medici ci hanno spiegato che Erika aveva un tumore all’ovaio. Ci siamo guardate e abbiamo subito pensato che quella era l’ennesima prova che la vita ci metteva davanti. Abbiamo già superato tanti ostacoli per il nostro orientamento sessuale e siamo andate contro tutti per sposarci. Quindi avremmo vinto anche questa sfida”.

“I medici ci hanno spiegato che Erika aveva un tumore all’ovaio. Ci siamo guardate e abbiamo subito pensato che quella era l'ennesima prova che la vita ci metteva davanti”

“Adesso piango, ma paradossalmente quando ho sentito la parola tumore non ho quasi realizzato quello che stava accadendo” racconta Erika. “Per giorni non mi sono resa conto della gravità della situazione. Parlavo di me come di un’entità lontana”. Davanti a una diagnosi del genere qualsiasi reazione è valida. L’importante è andare avanti. E questa coppia lo fa, superando addirittura diversi interventi. 

“Il peggiore è stato il terzo perché è stato inatteso e urgente, visto che si era perforato l’intestino” prosegue Erika. “Ho sentito che il mio corpo non ce la faceva. I medici hanno detto a mia mamma e a mia moglie di pregare e che avrebbero potuto dichiararmi fuori pericolo solo dopo 7 notti. Ma poi ho capito che avevo ancora tanto da dire e da fare. Non era il mio momento”. 

Milena annuisce. “Eravamo anche nel pieno della pandemia. All’inizio non potevo nemmeno andare a trovarla in ospedale: mi sembrava di essere in un brutto sogno da cui volevo svegliarmi al più presto e aspettavo con ansia i momenti delle nostre telefonate. Poi, per fortuna, mi hanno dato il permesso di entrare in reparto perché dovevo imparare a farle le medicazioni per la stomia. Sì, ho imparato a fare l’infermiera, a prendermi cura di lei che, all’inizio, non si accettava, tra flebo e dolore. Tra l’altro in quel periodo avevo finito permessi e ferie e fare avanti e indietro tra casa nostra ad Aosta e l’ospedale a Torino era pesante anche economicamente”. 

“Poi sono intervenuti i miei colleghi che mi hanno donato le loro ferie, così ho potuto prendermi cura di Erika. In quei momenti ho capito che pur di starle accanto avrei fatto qualsiasi cosa”. Già, si butta il cuore oltre l’ostacolo e si scopre di avere una forza quasi sconosciuta e sconfinata. Anche Erika l’ha capito. “Ci ripetiamo sempre una frase, ovvero che il cancro non è una sentenza, così viviamo ogni giorno come se fosse unico. Provateci se state attraversando anche voi questo momento. Come mi ha insegnato Milena, poi, bisogna tenere l’umore alto, scherzare, puntare sulle risate e sull’ironia. In fondo, sono certa che tra 4 anni ne saremo fuori e mi dichiareranno guarita”.

Tra 4 anni…Erika e Milena pensano sempre al futuro . Al sogno di una casa in Toscana, immersa nella natura, magari con le finestre da cui scrutare il mare. “Il tumore è stato come un fulmine a ciel sereno. Quello che arriva all’improvviso, colpisce proprio la finestra, rompe il vetro in mille pezzi e porta la tempesta. Ma si tratta solo di un momento. Poi torna sempre il sole”.


KOMEN, LA ONLUS CHE CORRE CONTRO IL TUMORE AL SENO SOTTOTITOLO

Komen, la onlus che corre contro il tumore al seno

7 Minuti4 Maggio 2022

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L’associazione punta su prevenzione e consapevolezza

Un mare di donne, che sfoggiano con orgoglio una maglietta rosa e con lo stesso orgoglio corrono e camminano abbracciate e sorridenti pronte a urlare che il tumore al seno è solo un momento, un passaggio della loro esistenza, non la vita intera. È quello che accadrà l’8 maggio a Roma per la Race for the Cure, la corsa speciale organizzata dall’associazione Komen Italia. E oggi, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo questa onlus e la sua direttrice Violante Guidotti.

Violante, presentiamo Komen Italia

“Komen è un’associazione nata in America negli anni Ottanta. Tutto è partito da Nancy Brinker: sua sorella si ammalò di tumore al seno e purtroppo morì dopo poco tempo, giovanissima. Nancy le fece una promessa d’amore, ovvero di fare tutto il possibile per porre fine al dolore, alla vergogna e alla mancanza di speranza che Susan aveva provato. Così fondò a Dallas Komen, un’associazione in prima linea contro il carcinoma alla mammella. In quegli anni, il nostro presidente Riccardo Masetti era in America per alcune ricerche: conobbe Komen e Nancy e rimase quasi folgorato. Così decise di portare il progetto in Italia e da oltre 20 anni siamo realtà. Siamo strutturati sul territorio con 6 comitati e abbiamo raccolto più di 20 milioni di euro che abbiamo investito in oltre 1.000 progetti. Tra quelli che ci stanno più a cuore, per esempio, c’è la realizzazione del Centro per le terapie integrate al Policlinico Gemelli di Roma. Qui le pazienti oncologiche possono sottoporsi a quei trattamenti che non sostituiscono le cure classiche, ma aiutano a sopportarle meglio, come la mindfulness, l’agopuntura o la musicoterapia… Non solo: oggi in Italia, una donna su 9 si ammala di tumore al seno e le pazienti sono sempre più giovani: quindi la prevenzione fa la differenza perché permette cure più efficaci”.

Infatti, uno dei vostri appuntamenti più conosciuti è la Carovana della prevenzione. In cosa consiste?

“Si tratta di quattro unità mobili con cui giriamo l’Italia e regaliamo visite gratuite a quelle donne che non possono farle perché magari vivono lontane dagli ospedali, hanno problemi economici o paura dell’esito degli esami. Il progetto è nato nel 2007, con la prima unità mobile donata da Johnson & Johnson ed è andato così bene che si è allargato sempre di più: l’anno scorso siamo andate in 17 Regioni. Le 4 unità offrono mammografie, ecografie, visite ginecologiche, screening ginecologici e per la tiroide. Insomma, si tratta di prevenzione che può fare davvero la differenza”.

L'altra vostra iniziativa storica è la Race for the cure, che si terrà proprio tra pochi giorni. Perché una corsa è diventata un evento così importante?

“Perché le donne, pazienti oncologiche, hanno l’occasione di farsi vedere. Indossano una splendida maglietta rosa , si sentono partecipi di qualcosa, fanno parte di un gruppo e non sono più isolate. Poi vedono le altre donne, che sono guarite e ce l’hanno fatta e tutte insieme capiscono che questa malattia si affronta meglio condividendo. Il tumore spesso cancella il calore dei rapporti umani perché si prova un senso di vergogna per i capelli che cadono e per un corpo che magari si trasforma. E la nostra corsa, la Race for the Cure, invece dimostra che si può vivere tutto alla luce del sole e si può andarne fiere: è un momento di forza e orgoglio. Ed è una manifestazione che accoglie, perché le donne partecipano insieme a mariti, figli, amici e colleghi. Vi aspettiamo l’8 maggio a Roma e poi la corsa si terrà nei giorni successivi anche in altre città”.

“Si tratta di quattro unità mobili con cui giriamo l'Italia e regaliamo visite gratuite a quelle donne che non possono farle perché magari vivono lontane dagli ospedali, hanno problemi economici o paura dell'esito degli esami. Il progetto è nato nel 2007, con la prima unità mobile donata da Johnson & Johnson ed è andato così bene che si è allargato sempre di più”

Torniamo alla prevenzione: cosa significa oggi farla? Che sfida vi ponete?

“La  sfida è arrivare a quel momento in cui non ci sarà più bisogno di noi. Purtroppo non è ancora così, quindi andiamo avanti e portiamo la prevenzione dove non arriva. Come sull’isola di Ventotene, dove non c’è un ecografo, per esempio. Le donne si occupano della famiglia, dei figli, lavorano: insomma si prendono cura di tutti, ma alla fine si dimenticano di se stesse e allora noi camminiamo al loro fianco e accorciamo le distanza tra persone e prevenzione”.

Ogni anno, solo in Italia, seguite migliaia e migliaia di donne. Di cosa siete più orgogliosi?

“Del cambiamento culturale. Sempre a proposito della Race for the cure, all’inizio le famose magliette rosa erano di una tonalità chiara, quasi sbiadita, come se chi le indossava si vergognasse di farsi notare. Le donne poi mettevano anche un cappellino proprio per ripararsi dagli sguardi indiscreti. L’8 maggio, invece, vedrete una marea di maglie rosa shocking che marciano orgogliose. E un po’ di questo cambiamento è anche merito nostro”.

Quali sono i sogni della vostra associazione?

“Desideriamo crescere, investire sempre di più e salvare tante donne e si può fare solo con la prevenzione e le cure migliori”.