Dopo cancro Roma canoa Pagaie rosa

La vita dopo il cancro? A Roma vai in canoa con le Pagaie Rosa

6 Minuti12 Gennaio 2023

Andiamo a conoscere…


L’associazione di donne operate al seno ha fondato una formidabile squadra di Dragon Boat

La vita dopo il cancro? A Roma vai in canoa con le Pagaie Rosa. Se stai cercando, pian piano, di tornare a vivere dopo la diagnosi e le cure, siamo certe che nel tuo cuore rimbomba spesso la stessa domanda: cosa farò dopo il cancro? A Roma vai in canoa

Sì, ti rispondiamo così perché questa associazione ha creato una formidabile squadra di Dragon Boat, la disciplina simile alla canoa che si pratica sulle bellissime imbarcazioni a forma di drago (ne avevamo già parlato qui con la nostra intervista alle Pink Amazons di Milano). E che fa benissimo, al corpo e alla mente.

Così, per la rubrica Andiamo a conoscere, oggi ti presentiamo le Pagaie Rosa insieme alla presidente Mariagrazia Punzo e a uno dei membri del team Anna Rosaria Forno.

Mariagrazia, raccontiamo di tutto e di più sulla vostra onlus, le Pagaie Rosa...

“La nostra associazione è composta da donne che hanno avuto un tumore al seno e, dopo la diagnosi e le cure, decidono di rimettersi in gioco allenandosi e gareggiando sulle nostre canoe. Il dragon boat, infatti, è una disciplina preziosa, praticata nei Paesi orientali. Negli Anni Novanta, poi, un famoso medico canadese ha dimostrato i suoi benefici nel prevenire il linfedema, la patologia cronica che può colpire le pazienti e che consiste nel rigonfiamento del braccio. Da allora, nel mondo sono nate decine di squadre di pazienti e noi siamo stati la prima in Italia, ormai 20 anni fa. Ai tempi è stato un gesto rivoluzionario, perché nessuno parlava di cancro e movimento, ma oggi siamo una certezza. Nel frattempo sono nate tante associazioni simili ed è emozionante vedere lo spirito che si crea tra queste donne, che si aiutano tra loro. Scatta subito un’empatia naturale legata a quello che hanno vissuto. Poi questo sport ha molti benefici e permette di rimettersi in gioco, di mettere alla prova quel corpo tradito dalla malattia”.

Dalla vostra nascita sono trascorsi 20 anni. Cosa fate oggi? Quali sono gli appuntamenti più importanti?

“La nostra sede è il lago di Castel Gandolfo: ci alleniamo lì, in questa meravigliosa palestra naturale all’aria aperta, ogni sabato. Poi partecipiamo a tantissime manifestazioni. Qualche mese fa, per esempio, siamo state alla Vogalonga di Venezia, una regata di 32 chilometri tra i canali della Laguna; siamo arrivate al primo posto al festival dei dragon boat di Barcellona e abbiamo vinto tante altre medaglie. Siamo delle atlete a tutti gli effetti: l’impegno e anche le soddisfazioni non mancano”.

Anna Rosaria, cosa ti danno le Pagaie Rosa?

“Nel 2015 ho ricevuto la diagnosi, poi ho subito l’intervento e ho seguito le terapie. Passata la fase acuta, ho conosciuto l’associazione ed è stato un colpo di fulmine. Mariagrazia e le ragazze mi hanno dato tantissimo. Prima di tutto, la consapevolezza che il cancro non è un handicap ma quasi una marcia in più perché ti fa scattare il desiderio di farcela e una forte rivalsa. Il tumore può trasformarsi in una chance perché ti dona la forza di non fermarsi e vivere intensamente il qui e ora. Quando ti ammali non hai più certezze e quindi ti godi al massimo ogni situazione”.

“La nostra associazione è composta da donne che hanno avuto un tumore al seno e, dopo la diagnosi e le cure, decidono di rimettersi in gioco allenandosi e gareggiando sulle nostre canoe. Il dragon boat, infatti, è una disciplina preziosa per prevenire il linfedema”.

Quest'anno festeggiate il vostro ventennale: cosa farete e quali progetti avete per i prossimi anni?

Anna Rosaria: “Stiamo preparando un evento speciale e unico, che sveleremo nelle prossime settimane. Abbiamo il dovere di festeggiare per tutte le donne che fanno parte delle Pagaie e anche per quelle che purtroppo non ci sono più. Il nostro hashtag, lo diciamo sempre, è #esserci, esserci l’una per l’altra e per mostrare ad altre pazienti, che magari stanno facendo la chemioterapia, che dal cancro si può guarire e che dobbiamo stare bene insieme”.
Mariagrazia: “Abbiamo molti progetti, per quest’anno e per il futuro, vogliamo partecipare a tanti eventi e festival. Per un paziente oncologico progettare è davvero importante: il tempo tra un controllo e l’altro sembra infinito e i nostri appuntamenti danno un senso al tempo, accendono la luce in questo percorso e danno forza”.

Allora, invitiamo gli amici di Koala Strategy a pagaiare?

“Certo, ogni sabato alle 10 siamo al circolo sportivo Aisa Sport, in via dei Pescatori. Su facebook, poi, trovate novità e dettagli. Il nostro motto è ‘tutte insieme sulla stessa barca’. E la barca in questo caso non è una metafora, ma un luogo vero dove succedono cose bellissime. Vi aspettiamo per provare o anche solo per conoscerci e respirare una boccata d’aria fresca insieme”.


l associazione oncologica san bassiano riporta la bellezza nella vita

L'associazione oncologica San Bassiano riporta la bellezza nella vita di chi ha il cancro

7 Minuti20 Novembre 2022

Andiamo a conoscere…


Lo fa con sostegno psicologico, corsi e una sfilata speciale

L’associazione oncologica San Bassiano riporta la bellezza nella vita di chi ha il cancro

Rimettere la qualità e la bellezza della vita al proprio posto. Ecco la missione dell’Associazione oncologica San Bassiano. Nata nel 2004 a in provincia di Vicenza, è diventata un punto di riferimento per tutti i pazienti oncologici del Veneto e non solo, visto che dopo corsi e appuntamenti di ogni tipo ha lanciato anche una sfilata speciale che ha varcato i confini della regione.

Oggi, per la nostra rubrica ‘Andiamo a conoscere‘, ti apriamo le porte di questa organizzazione insieme alla sua vicepresidente Dina Faoro e alla psicologa Elena Pasquin. “Abbiamo mosso i primi passi per supportare la mancanza di personale nell’ospedale di zona. Frequentandolo, abbiamo capito che i malati avevano bisogno di una voce amica così abbiamo creato un corso di formazione per volontari” racconta Dina Faoro. “Da allora non ci siamo più fermati e oggi organizziamo tantissime attività che si prendono cura a 360 gradi dei pazienti e delle loro famiglie”.

Che cosa offrite nel concreto?

“C’è lo sportello psicologico, tenuto dalla dottoressa Pasquin e da un’altra psicologa. Poi abbiamo lo sportello con il nutrizionista e un team di fisioterapisti, che seguono le donne operate al seno e gli uomini con un tumore alla prostata. E ancora tantissime attività per ridare un senso alla vita dopo la diagnosi e trasformare la malattia in una ‘scusa’ per dedicarsi a quegli hobby che abbiamo sempre trascurato, come il corso di cucito, quelli di yoga (qui invece trovi il nostro), tai-chi e pilates; poi il gruppo di nordic walking e di camminata, che si ritrova anche 3 volte alla settimana. Infine, abbiamo il gruppo della dragonesse, ovvero le donne che dopo il tumore al seno affrontano il post malattia a colpi di pagaia. Insomma, cerchiamo di distrarre i pazienti dal pensiero del cancro e li aiutiamo a tornare a una normalità diversa e più ricca”.

Dottoressa Pasquin, quanto è importante l'aspetto psicologico e come vincete le resistenze dei pazienti?

“La dimensione psicologica è parte fondamentale del processo di cura e deve coinvolgere non solo il malato, ma tutta la sua famiglia. E’ vero, a volte troviamo un po’ di resistenza, ma parlando con le persone riusciamo a coinvolgerle e sono sempre di più quelle che si rivolgono a noi di loro iniziativa, spinte dalla voglia di uscire dalla sofferenza. Spesso poi con la diagnosi arrivano problemi di natura economica o nella gestione dei figli, quindi cerchiamo di supportare il paziente in ogni dettaglio”.

Una delle vostre attività più conosciute è il Défilé della Rinascita. Di che cosa si tratta?

“E’ un progetto terapeutico partito nel 2016 proprio per riportare la bellezza nella quotidianità delle pazienti. Spesso ci confrontavamo tra noi perché per alcune donne rimaneva molto difficile ritrovare confidenza con il proprio corpo e la psicoterapia non bastava. Un giorno ci siamo imbattute nella foto di un abito di una stilista e abbiamo pensato che potesse star bene a tutte perché rispettava ogni corpo, quindi abbiamo pensato a un nuovo progetto che non fosse una semplice sfilata ma un vero e proprio percorso, un’esperienza trasformativa che coinvolgesse anche medici e infermieri. Poi lo abbiamo presentato a Silvia Bisconti del marchio Raptus & Rose, che ha ideato il concetto di moda liberata: il suo abbraccio ci ha fatto capire che non potevamo più fermarci. E infatti dopo il primo défilé ne sono seguite altri e ne abbiamo organizzato uno anche a Milano. E’ fantastico vedere queste donne che fanno questo percorso terapeutico e ritrovano il gusto per la bellezza e per la vita”.

Cerchiamo di distrarre i pazienti e le loro famiglie dal pensiero del cancro e li aiutiamo a tornare a una normalità diversa e più ricca grazie al sostegno psicologico e a tanti corsi diversi"

La vostra forza creativa dove si incanalerà ora? Quali sono i vostri sogni per il futuro?

“Dobbiamo inventarci qualcosa per coinvolgere gli uomini: facciamo fatica con loro, si chiudono in se stessi e non si confrontano, invece avrebbero bisogno di un supporto. Adesso lanceremo due corsi, uno dedicato alla preparazione della pizza e uno ai cocktail, e speriamo di intercettare un po’ di signori… “.

Siete entrambe protagoniste del mondo dell'oncologia da anni: come sono cambiati i pazienti e di cosa hanno bisogno oggi e in futuro?

“Il sistema sanitario sta attraversando un momento di forte difficoltà dopo il Covid e i malati non hanno più punti di riferimento, così vengono da noi alla ricerca di un ambiente protetto in cui confrontarsi. E’ vero: di cancro se ne parla sempre di più, fa meno paura, ma rimane una malattia che sgomenta e ti ruba la visione del futuro. Quindi le persone hanno bisogno di condividere questa esperienza, di stare in gruppo. Infatti, proponiamo anche un gruppo di auto mutuo aiuto dove ognuno può portare la propria storia. La pandemia ha aumentato la sensazione di fragilità dei pazienti e il loro isolamento, quindi siamo diventati una vera ancora che permette di condividere i propri bisogni e trovare risposte”.

Chi ha bisogno del vostro aiuto cosa può fare?

“Le nostre porte sono aperte a tutti. Ci rivolgiamo ai Comuni che afferiscono alla Ulss 7 di Bassano del Grappa ma in realtà accogliamo tutti. Non servono iscrizioni o tessere, basta prendere un appuntamento, scriverci una mail o telefonarci”.


Apeo Le estetiste specializzate per i pazienti oncologici

APEO, le estetiste che fanno sentire "belli" i pazienti oncologici

7 Minuti25 Ottobre 2022 Andiamo a conoscere…

Andiamo a conoscere…


L’associazione forma le professioniste attente al benessere dei malati di tumore

Sentirsi belli, prendersi cura di se stessi anche dopo una seduta di chemioterapia. Alzi la mano chi ha questo sogno… Realizzarlo non è impossibile. Anzi, basta rivolgersi ad APEO, le estetiste che fanno sentire ‘belli’ i pazienti oncologici. Infatti, APEO sta per Associazione professionale estetica oncologica, che riunisce tutte le estetiste formate per aiutare chi si sta curando per un tumore. Oggi, per la nostra rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo questo progetto. “Siamo nati nel 2013, quando ho chiesto al mio mentore, il celebre oncologo Umberto Veronesi, un piccolo spazio per aiutare i pazienti oncologici che, per esempio, avevano problemi alla pelle o alle unghie” spiega la Dottoressa Ambra Redaelli, presidente di APEO.

Dottoressa Redaelli, cos'è APEO e che cosa fa?

“APEO è un’idea che abbiamo cullato io, che faccio il medico, e Loretta Pizio, imprenditrice ed estetista. Entrambe abbiamo sempre visto con i nostri occhi la sofferenza dei pazienti oncologici. Le terapie utilizzate negli ultimi 20 anni si sono dimostrate molto efficaci ma purtroppo hanno una tossicità importante sulla pelle e il nostro obiettivo è migliorare la qualità di vita delle persone in cura. Per raggiungerlo, quindi, formiamo le figure che già trattano la pelle, ovvero le estetiste, e le rendiamo capaci, per esempio, di aiutare una persona che ha una fastidiosa dermatite o una onicolisi, il distacco dell’unghia”.

Dalla vostra nascita nel 2013 sono trascorsi quasi 10 anni: cosa fate oggi nel concreto? Quali sono gli appuntamenti più importanti per i pazienti?

“Prima di tutto formiamo le estetiste, che si iscrivono a un corso che dura sei mesi, dove imparano i farmaci oncologici e la loro tossicità, tutti gli aspetti della malattia e i protocolli specifici per trattare gli effetti collaterali delle cure, così sanno cosa fare. Queste professioniste sono sempre aggiornate e partecipano anche al nostro congresso scientifico, che si tiene ogni anno. Così sono in grado di trattare, a livello estetico, le loro clienti in terapia presso gli ospedali, le farmacie o nel loro centro. Inoltre collaborano anche con le varie associazioni del settore che organizzano diversi eventi, come la corsa Race for the Cure o la Pink Parade”.

Quindi, se io sono un paziente oncologico e ho bisogno di un'estetista la posso trovare e contattare tramite il vostro sito, così avrò un servizio specializzato, giusto?

“Esatto. E si crea anche un legame che va al di là del singolo appuntamento, per esempio per una manicure. Al giorno d’oggi il cancro è una malattia da cui si può guarire e quando purtroppo questo non succede, come nel caso dei pazienti metastatici, si può comunque conviverci. Questo significa che le nostre specialiste prendono per mano le persone, le accompagnano in questi momenti difficili e le seguono per lungo tempo e, perché no, le coinvolgono anche in altre attività organizzate dalle varie associazioni. Le nostre estetiste ci sono sempre, anche per i piccoli problemi quotidiani, come la scelta del deodorante o di una crema solare specifica da usare durante la chemio”.

Formiamo le figure che già trattano la pelle, ovvero le estetiste, e le rendiamo capaci, per esempio, di aiutare una persona che ha una fastidiosa dermatite o una onicolisi, il distacco dell'unghia"

Perché la bellezza e la cura di sé sono così importanti per un paziente oncologico?

“La bellezza in questo caso non è qualcosa di stereotipato, ma significa prendersi cura di se stessi, amarsi, riappropriarsi del corpo e di una quotidianità fatta di incontri e legami, non solo della malattia. Ecco, le nostre estetiste, con la loro competenza, riescono ad aiutare concretamente una persona alleviando anche il dolore con un massaggio studiato appositamente. La bellezza non si riduce al make-up o a una parrucca, che sono importantissimi, ma vuol dire sentirsi bene in un percorso così importante”.

Seguite i pazienti oncologici da tempo: come sono cambiati e di che cosa hanno bisogno oggi?

“Come dicevamo, le terapie odierne sono molto più efficaci, ma hanno una tossicità importante e possono durare a lungo. Quindi i malati hanno bisogno di competenza e sincerità, di professioniste che offrono trattamenti specifici, prodotti adeguati, parole ma soprattutto fatti. Non solo: le specialiste APEO sono abituate a collaborare con medici e infermieri e danno un aiuto concreto nella quotidianità”.

Come sarà APEO tra 10 anni? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

“Il sogno è che ci sia una estetista specializzata per ogni paziente e che le nostre professioniste siano presenti in tutti gli ospedali e le strutture che si occupano di queste persone. Sa qual è la frase che ci rattrista di più? Quando ci dicono ‘perché non vi ho trovato prima?’. Vorrei che questo non accadesse più. Le faccio un piccolo esempio: qualche giorno fa una donna stava per rimandare l’intervento perché avevo lo smalto semipermanente e in ospedale non sapevano come toglierlo: per fortuna ci ha pensato una nostra estetista, che ha risolto subito il problema e la paziente ha potuto essere operata”.

Chi ha bisogno del vostro aiuto come può fare?

“Basta cliccare sul sito www.esteticaoncologica.org per trovare la specialista più vicina. E ricordatevi che le nostre associate hanno una certificazione rilasciata da Cepas, un attestato di competenza, e sono assicurate annualmente”.


Associazione bianca garavaglia una grande squadra per i piùpiccoli

Associazione Bianca Garavaglia, una grande squadra per i piccoli malati di tumore

5 Minuti16 Ottobre 2022

Andiamo a conoscere…


L’organizzazione è un faro per bimbi e ragazzi in cura per un cancro

Anni Ottanta, Milano, una mamma e un papà perdono la figlia per colpa del cancro. A quei tempi, persino pronunciare quella parola sembrava impossibile, figuriamoci avere una cura. Proprio per vincere la sfida, questi genitori fondano l’Associazione Bianca Garavaglia, una grande squadra per i piccoli malati di tumore. Infatti, da oltre 30 anni sono al fianco delle famiglie che, con i loro bambini, cercano una speranza concreta nel reparto di Pediatria oncologica all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Oggi, per la nostra rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo questa realtà. “I miei genitori hanno dovuto dire addio a mia sorella Bianca in sei mesi, allora i tumori infantili erano quasi incurabili” ricorda Claudia Garavaglia, responsabile raccolta fondi e comunicazione dell’associazione. “Così hanno voluto fare qualcosa per ricordarla. E il nostro simbolo è proprio il fiore che Bianca aveva disegnato in ospedale”.

Claudia, presentiamo l'Associazione

“Fin dalla nostra nascita, nel 1987, abbiamo voluto sostenere la ricerca in oncologia pediatrica: i tumori dei più piccoli sono rari e l’industria farmaceutica non investe molto, tanto che per lungo tempo i bambini sono stati curati con medicinali e dosaggi da adulti, quindi con effetti collaterali molto forti. Il primo obbiettivo è raccogliere fondi per la ricerca a favore della Pediatria dell’Istituto dei Tumori di Milano, dove vengono ricoverati piccoli pazienti da tutta Italia. Poi sosteniamo anche l’assunzione di personale in reparto, come oncologi o psicologi”.

Da qualche anno vi siete concentrati anche sugli adolescenti. Cosa avete ideato per loro?

“Tutto è nato da un’idea del Dottor Andrea Ferrari. In pratica, per la tipologia di neoplasia i ragazzi dovevano essere curati nel reparto di Pediatria ma non esistevano spazi dedicati a loro, così li abbiamo creati, dando il via nel 2011 al Progetto Giovani, che ha fatto da apripista in molti reparti di oncologia pediatrica in Italia e non solo.. Lo scopo è far sentire normali questi adolescenti. In reparto ci sono la palestra, l’aula studio e una zona dove loro si incontrano e fanno musica. Hanno a disposizione uno psicologo, un educatore specializzato e dei responsabili in ambito artistico perché ogni anno i ragazzi si dedicano a delle attività speciali. La prima è stata la mitica canzone Palle di Natale, che ha ottenuto milioni di visualizzazioni su YouTube, poi hanno creato un mazzo di carte con il marchio Modiano, una mostra fotografica, un fumetto…Tutto diventa un prodotto solidale che ci serve a raccogliere fondi per il Progetto Giovani. La creatività di questi ragazzi non ha limiti, hanno una energia inesauribile e partecipano alle attività anche quelli che hanno terminato le cure e sono in follow-up”.

Quali sono i momenti che vi hanno resi più orgogliosi?

“Difficile scegliere: l’Ambrogino d’oro vinto proprio dai ragazzi del Progetto Giovani, la Civica benemerenza del Comune di Milano all’associazione… ma ogni momento che aiuta la ricerca e regala normalità e serenità ai bimbi e ai ragazzi ci rende soddisfatti”.

Fin dalla nostra nascita, nel 1987, abbiamo voluto sostenere la ricerca in oncologia pediatrica. E poi ci siamo dedicati anche agli adolescenti con il Progetto Giovani"

Se aveste una bacchetta magica cosa vorreste fare?

“Ovviamente vorremmo che i tumori pediatrici non esistessero più. Il cancro nei bambini è qualcosa di inconcepibile”.

A questo proposito che progetti avete per il futuro?

“Intanto, continuare a fare quello che facciamo da 35 anni, ovvero sostenere la ricerca e i progressi scientifici in questo settore: ora, per esempio, c’è uno studio su nuovi farmaci mirati. Poi vogliamo esportare i nostri protocolli all’estero perché ci sono Paesi del Terzo mondo in cui solo il 10% di questi piccoli pazienti riesce a curarsi. Infatti, finanziamo un progetto che permette di ospitare presso la Pediatria dell’Istituto dei medici del Centro America per insegnare loro quello che funziona al meglio e che possano poi mettere in pratica nel loro territorio”.

Chi ha bisogno del vostro aiuto o, al contrario, vuole aiutarvi, come può fare?

“Noi siamo a disposizione e la sede di Busto Arsizio (Va) è sempre aperta per chi ha bisogno. Sul nostro sito ci sono i nostri riferimenti, dalla mail al numero di telefono, per contattarci, e anche tutte le modalità per donare. Poi siamo presenti anche all’Istituto Nazionale dei Tumori in date prestabilite, che trovate sul sito. Vi aspettiamo”.


Ecco il coro più grintoso d'Italia

Il coro più grintoso d'Italia? Quello contro il cancro

7 Minuti18 Settembre 2022

Andiamo a conoscere…


Si chiama FuckCancer Choir, i cantanti sono pazienti oncologici e ora si cimentano in un musical

Per noi non ci sono dubbi: è il coro più grintoso d’Italia perché è il primo, e unico, coro italiano contro il cancro, tutto fatto da pazienti oncologici. Ha un nome speciale, d’impatto: FuckCancer Choir. E quando lo ascolti ti viene voglia di cantare, di intonare la voce e unirti a musiche e parole che sanno di grinta e vitalità. Quindi vogliamo presentarti questo progetto nella nostra rubrica “Andiamo a conoscere”.

Il coro contro il cancro nasce in un ospedale piemontese

Tutto inizia nel 2019. Federica, oncologa, e Stefania, biologa, lavorano insieme in un ospedale piemontese. Il cancro, purtroppo, fa parte della loro quotidianità e un giorno Federica scopre che Stefania ha scritto il testo di una canzone ispirata a un loro paziente che sta facendo uno studio sperimentale. “Il brano è arrivato alla semifinale nazionale Area Sanremo e mi ha colpito così tanto che mi ha spinta ad agire, anche perché noi ci occupiamo di tumori rari ed è molto difficile avere fondi per la ricerca” ricorda Federica. “Quindi ho pensato di organizzare un concerto proprio per questo scopo. L’evento è andato così bene che ho deciso di mettermi in gioco e partecipare alle prove. Allenavo la voce ovunque, anche in auto dietro le stradine dell’ospedale, e ogni volta i pazienti mi vedevano. E alla fine io e Stefania abbiamo voluto coinvolgere anche loro. I benefici non mancano: cantare fa bene a livello psicologico ed è anche una specie di fisioterapia che migliora la respirazione, soprattutto per chi ha problematiche ai polmoni”.

Il coro 'manda a quel paese' i tumori

L’idea diventa realtà e qualche mese dopo sul palco va in scena “Sulle note della ricerca 2” con i malati che cantano insieme, diffondendo nell’aria speranza e gioia. Presto al gruppo si uniscono anche i famigliari e altri operatori sanitari e oggi il coro è formato addirittura da 25 persone. Ed è diventato qualcosa di più di un semplice hobby. “E’ qualcosa di molto importante perché si creano legami profondi, siamo una specie di famiglia” dice Stefania, l’altra fondatrice. “Il nome? L’abbiamo scelto insieme, ci è venuto spontaneo perché tutti vogliamo mandare a quel paese la malattia. Certo, abbiamo fatto scalpore!”.

Di sicuro, il coro sta facendo parlare di sé e si è esibito persino davanti al Papa. “Già, siamo andate in Piazza San Pietro” racconta con orgoglio Loredana, una delle cantanti. “Ho iniziato a partecipare nel 2019 e in quel periodo la mia situazione di salute era critica, ma cantare mi aiutava a staccare, ad allontanare i pensieri negativi. Mi ricordo la prima volta sul palco: ho intonato il brano ‘Amico è’ che racchiude l’essenza di questo progetto, ed ero davvero agitata. Mai avrei immaginato che saremmo arrivati così lontano. Il coro mi sta dando molto: prima ero molto introversa, ora mi sento più sicura”.

I pazienti oncologici allenano voce e grinta

Anche Margherita non si perde una prova del coro e sfodera un sorriso pieno quando rivive i primi passi da cantante. “Ho debuttato con un brano da solista e mi sono impegnata tantissimo perché non ho una voce perfetta. Ecco, il coro rappresenta la mia sfida personale, è un’attività che allena la grinta e mi insegna a non mollare. Poi condividere il percorso oncologico con altri malati mi fa sentire meno sola. E infine, raccogliere fondi per la ricerca mi rende così orgogliosa”.

Selene annuisce. Fa parte del coro da un anno e le prove settimanali sono state la spinta migliore verso la normalità. “In quel periodo venivo da mesi di terapie, ero molto debole fisicamente e cantare è stata una ginnastica potente. Uscivo dalle prove stremata ma ritrovavo la forza, mi faceva stare bene. Al debutto ho cantato anche io ‘Amico è’ e in quel momenti ho sentito di far parte di qualcosa di speciale”.

I benefici non mancano: cantare fa bene a livello psicologico ed è anche una specie di fisioterapia che migliora la respirazione, soprattutto per chi ha problematiche ai polmoni"

Il coro contro il cancro diventa un musical

Speciale questo coro lo è di sicuro. E ora si sta preparando all’appuntamento del secolo: il primo musical, scritto da Stefania. “Si intitola ‘Essere umani’ e racconta le storie dei nostri pazienti e di tutti noi” spiegano lei e Federica. “Fa venire i brividi, ma abbiamo cercato anche di metterci la giusta leggerezza per lanciare un messaggio positivo. Anche questa è una bella sfida, perché al canto si aggiungono parti recitate e ballate. Infatti, studiamo anche a casa, provando davanti allo specchio!”.

L’appuntamento è il 24 settembre, al Teatro Ambra di Alessandria. A presentare Antonella Clerici e nello show ci saranno i ballerini Andrea Colli e Alessia Gobbi, con le coreografie di Patrizia Campassi. L’ingresso è a offerta libera e il ricavato andrà ad A.I.Ma.Me. (Associazione italiana malati di melanoma) e a Tutor (Associazione tumori toracici rari).

Insomma, anche cantare è un modo per dire basta al cancro, per rialzarsi e tornare a vivere. E, cantando, si pensa anche al futuro. “Cosa faremo dopo il musical? L’importante è continuare. Nel 2021 abbiamo fondato la nostra associazione. In Italia non esistono altri cori simili e potremmo lanciare l’idea a chi ci ascolta di crearne altri, in giro per l’Italia e magari un giorno ci ritroveremo a gareggiare tutti insieme. Un altro sogno è esibirci in televisione. Comunque, non ci fermeremo mai perché quello che facciamo è davvero importante per tutti noi”.


Hai un tumore? Vieni a fare yoga con le Yogine

Hai un tumore? Vieni a fare yoga con le Yogine

6 Minuti7 Giugno 2022

Andiamo a conoscere…


L’insegnante (e paziente) Silvia Lucchini ti svela i benefici della pratica yoga se sei in cura per un cancro

 

Che il movimento abbia moltissimi benefici per i pazienti oncologici, si sa. Lo yoga, in particolare, regala benessere al corpo e alla mente. Allora, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo un’insegnante speciale che, prima di tutto, ha affrontato il tumore sulla sua pelle. Si chiama Silvia Lucchini e sui social è conosciuta come @leyogine .”È l’unione di yogina, chi fa yoga, e gine, ovvero le amiche. Perché questo è nato come un gruppo di amiche e poi è diventato sempre più grande”.

Presentati

“Ho 44 anni, sono una bergamasca Doc, orgogliosa di esserlo, e nella vita faccio tante cose. Sono commercialista, mi occupo di consulenza per aziende del settore moda e insegno yoga dal 2020. Ho iniziato anni fa ad approcciarmi a questa disciplina e nel 2019 ho seguito un corso per diventare insegnante. Un mese dopo aver preso il diploma, ho scoperto di avere un tumore al seno. Non è stata una sorpresa, perché purtroppo ho la mutazione del gene BRCA, quindi sono sempre stata sotto controllo. Gli accertamenti hanno evidenziato che si trattava del cosiddetto carcinoma triplo negativo, uno dei più pericolosi, così ho dovuto sottopormi a una mastectomia totale bilaterale e alla chemio. Uscita dall’ospedale, volevo sospendere con lo yoga ma poi ho capito che avevo bisogno di qualcosa di bello, di un obbiettivo mentre attraversavo la tempesta. Questa disciplina è stata il mio rifugio, il metro di paragone per capire come stavo e infatti ho anche recuperato prima del previsto. Come insegnante, poi, era arrivato il momento di fare training, di mettermi alla prova, allora ho chiamato a raccolta le amiche e abbiamo iniziato a fare lezioni. Il destino, però, ha scombinato un’altra le carte, con l’arrivo del Covid e del lockdown. Così abbiamo spostato le lezioni su Zoom e la nostra chat si è trasformata in un prezioso momento di scambio. Per tre mesi abbiamo proseguito online, io ero piena di energie, mi sentivo rinascere dopo le cure e ho capito che insegnare mi dona forti emozioni. Adesso ho contattato l’Ospedale San Raffaele di Milano e l’associazione Salute allo Specchio e con la dottoressa Valentina De Mattei vogliamo organizzare qualcosa anche in ospedale”.

Sono tantissime le ricerche che sottolineano i benefici della yoga. Partendo dalla tua esperienza, in cosa questa disciplina può essere d'aiuto ai malati oncologici?

“Yoga significa unione tra mente e corpo e tra uomo e Terra: è un’attività millenaria e dobbiamo capire cosa può darci oggi. Prima di tutto, ci insegna ad ascoltarci: siamo abituati a parlare, a esternare ma non ci soffermiamo sull’interiorità. Quando sei malato, poi, hai paura, rischi di sprofondare nel pessimismo e nel dolore delle cure, ma la pratica ti aiuta a dare spazio alle emozioni, ad accettarle, a far uscire pianti e rabbia, ti libera dalle sovrastrutture . Lo yoga, insomma, diventa un ottimo compagno di viaggio, dalla diagnosi all’intervento fino alle cure e oltre”.

Questa disciplina infatti è perfetta per ridurre ansia, insonnia e tutti i malesseri legati alle terapie. Quali sono i trucchi per iniziare?

“Tanti cominciano per curiosità e può essere un’ottima molla. Molti vengono perché sono incuriositi dalla mia storia, altri invece cercano un’alternativa alla palestra. L’importante è buttarsi e provare, anche perché la pratica migliora tono muscolare, elasticità e flessibilità, tutti aspetti importanti per l’autostima di un paziente. Infine, si crea una spazio di condivisione, un luogo speciale in cui le persone si raccontano e si sostengono a vicenda”.

logo yogine
Quando sei malato hai paura, rischi di sprofondare nel pessimismo e nel dolore delle cure, ma la pratica ti aiuta a dare spazio alle emozioni, ad accettarle, a far uscire pianti e rabbia, ti libera dalle sovrastrutture . Lo yoga, insomma, diventa un ottimo compagno di viaggio, dalla diagnosi all'intervento fino alle cure e oltre".

Allora, invitiamo tutti a provare. Parlate prima con il vostro oncologo per avere il suo via libera e poi armatevi di tappetino...

“Certo, sul mio profilo si trovano tantissimi post e video e ora inizierò a pubblicare una serie di lezioni speciali per chiunque vorrà approcciarsi alla yoga attraverso Koala Strategy. Si tratterà di video brevi, di 15 minuti, con degli asana adatti a tutti, da fare in sicurezza e tranquillità e con il giusto approccio, ovvero con gentilezza e gradualità”.


Strada per un sogno ti aiuta a diventare mamma

Hai un tumore? Strada per un sogno ti aiuta a diventare mamma

6 Minuti17 Maggio 2022

Andiamo a conoscere…


Ti presentiamo la onlus che si occupa di oncofertilità e fecondazione assistita

Ce la farò? Guarirò e, un giorno, potrò cullare tra le mie braccia un bambino? Se ti stai facendo anche tu queste domande, sei nel posto giusto. Perché cancro e maternità sono due temi che ci stanno molto a cuore. E quindi, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo un’associazione e una ginecologa che ogni giorno lavorano al fianco di donne come te.

Prima delle cure per il tumore, si può pensare alla fertilità

La missione della onlus Strada per un sogno è sostenere le coppie che hanno problemi di fertilità. “L’anno prossimo festeggeremo il decennale e dal 2013 abbiamo cambiato il modo di affrontare questi temi” spiega la vicepresidente Stefania Tosca. “Abbiamo portato i medici al centro del palcoscenico e infatti abbiamo convenzioni con i maggiori istituti che si occupano di Pma, di Procreazione medicalmente assistita. Poi abbiamo unito i pazienti insieme agli specialisti perché potessero comunicare anche al di fuori dell’ospedale. L’associazione fa rete, sta al fianco delle coppie e punta su empatia e rapporti umani”.

Anche la dottoressa Simona Vailati, ginecologa direttrice sanitaria nella clinica Generalife di Milano, conosce bene lo shock delle pazienti che hanno ricevuto da poco la diagnosi e vedono i loro sogni di maternità in frantumi. “Queste persone devono sapere che prima di affrontare le cure per il tumore si può pensare anche alla fertilità, preservando la propria riserva ovarica. C’è chi rifiuta questa ipotesi e in quel momento drammatico non ha la forza di pensare al futuro e chi, invece, accoglie questa possibilità”. 

Di solito, l'oncologo stabilisce le tempistiche per le cure contro il tumore. Prima di cominciarle, la paziente si sottopone a una terapia ormonale di 7/10 giorni ... Il ginecologo controlla tramite 2/3 ecografie che le ovaie rispondano al trattamento... la paziente fa un ricovero in day hospital e, senza intubazione ma con una breve sedazione, il medico effettua il cosiddetto pick-up, il prelievo delle cellule uovo. Tutti gli ovociti buoni vengono crioconservati ... e possono rimanere a disposizione per molti anni

Come si conservano gli ovuli prima delle cure per un cancro

Di pari passo, si può iniziare a preservare la riserva ovarica. In pratica, si ‘mettono da parte’ gli ovociti prima che le cure oncologiche rischino di comprometterli. “Di solito, l’oncologo stabilisce le tempistiche per le cure contro il tumore. Prima di cominciarle, la paziente si sottopone a una terapia ormonale di 7/10 giorni e si fa delle piccole punturine nella pancia con farmaci che aiutano le ovaie a sviluppare gli ovociti. Il ginecologo controlla tramite 2/3 ecografie che le ovaie rispondano al trattamento. Alla fine, la paziente fa un ricovero in day hospital e, senza intubazione ma con una breve sedazione, il medico effettua il cosiddetto pick-up, il prelievo delle cellule uovo. Tutti gli ovociti buoni vengono crioconservati, ovvero messi in azoto liquido: a questo punto è come se fossero congelati e possono rimanere a disposizione per molti anni”.

Si può fare anche l'eterologa

Già, è come avere un ‘piccolo tesoro’. Tante donne che l’hanno fatto lo definiscono proprio così. Quando si è dichiarate guarite, e si vuole pensare alla gravidanza, si scongelano gli ovociti e si uniscono al seme maschile. Dopo 3/5 giorni il medico vede se si sono formati gli embrioni e decide se e quanti impiantarne nell’utero. “Le percentuali di successo sono buone, perché in genere diventa mamma una paziente su tre” precisa la dottoressa Vailati. “Le possibilità sono legate a doppio filo con l’età della donna al momento della crioconservazione. Infatti, se la paziente è in là con gli anni la crioconservazione non è una strada percorribile e si può pensare poi all’eterologa. In pratica, si usano degli ovociti donati da ragazze giovani e anonime e si uniscono al seme maschile. Anche in questo caso si formano gli embrioni e le percentuali di successo si attestano intorno al 60%”. 

Embrioni, percentuali, trattamenti: a prima vista sembra un’impresa impossibile, soprattutto se si sta anche affrontando il cancro e ogni giornata non appare più scontata. “Eppure bisogna avere le giuste informazioni. Ogni donna deve sapere che ci sono queste possibilità perché la malattia non distrugge per forza il sogno di diventare mamma” conclude la dottoressa Vailati. “La scienza ci offre tante risorse, è giusto conoscerle e oncologo e ginecologo devono collaborare per dare il meglio alla paziente”.

E addirittura l’associazione Strada per un sogno guarda ancora più lontano. “Ci piace pensare a un futuro in cui le ragazze crioconserveranno comunque i propri ovociti, già da giovani” aggiunge la vicepresidente Stefania Tosca. “Non sappiamo cosa accadrà nelle nostre vite, quali sfide e quali malattie dovremo affrontare e noi vogliamo sensibilizzare le donne su questi temi”.


KOMEN, LA ONLUS CHE CORRE CONTRO IL TUMORE AL SENO SOTTOTITOLO

Komen, la onlus che corre contro il tumore al seno

7 Minuti4 Maggio 2022

Andiamo a conoscere…


L’associazione punta su prevenzione e consapevolezza

per combattere il carcinoma alla mammella

Un mare di donne, che sfoggiano con orgoglio una maglietta rosa e con lo stesso orgoglio corrono e camminano abbracciate e sorridenti pronte a urlare che il tumore al seno è solo un momento, un passaggio della loro esistenza, non la vita intera. È quello che accadrà l’8 maggio a Roma per la Race for the Cure, la corsa speciale organizzata dall’associazione Komen Italia. E oggi, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo questa onlus e la sua direttrice Violante Guidotti.

Violante, presentiamo Komen Italia

“Komen è un’associazione nata in America negli anni Ottanta. Tutto è partito da Nancy Brinker: sua sorella si ammalò di tumore al seno e purtroppo morì dopo poco tempo, giovanissima. Nancy le fece una promessa d’amore, ovvero di fare tutto il possibile per porre fine al dolore, alla vergogna e alla mancanza di speranza che Susan aveva provato. Così fondò a Dallas Komen, un’associazione in prima linea contro il carcinoma alla mammella. In quegli anni, il nostro presidente Riccardo Masetti era in America per alcune ricerche: conobbe Komen e Nancy e rimase quasi folgorato. Così decise di portare il progetto in Italia e da oltre 20 anni siamo realtà. Siamo strutturati sul territorio con 6 comitati e abbiamo raccolto più di 20 milioni di euro che abbiamo investito in oltre 1.000 progetti. Tra quelli che ci stanno più a cuore, per esempio, c’è la realizzazione del Centro per le terapie integrate al Policlinico Gemelli di Roma. Qui le pazienti oncologiche possono sottoporsi a quei trattamenti che non sostituiscono le cure classiche, ma aiutano a sopportarle meglio, come la mindfulness, l’agopuntura o la musicoterapia… Non solo: oggi in Italia, una donna su 9 si ammala di tumore al seno e le pazienti sono sempre più giovani: quindi la prevenzione fa la differenza perché permette cure più efficaci”.

Infatti, uno dei vostri appuntamenti più conosciuti è la Carovana della prevenzione. In cosa consiste?

“Si tratta di quattro unità mobili con cui giriamo l’Italia e regaliamo visite gratuite a quelle donne che non possono farle perché magari vivono lontane dagli ospedali, hanno problemi economici o paura dell’esito degli esami. Il progetto è nato nel 2007, con la prima unità mobile donata da Johnson & Johnson ed è andato così bene che si è allargato sempre di più: l’anno scorso siamo andate in 17 Regioni. Le 4 unità offrono mammografie, ecografie, visite ginecologiche, screening ginecologici e per la tiroide. Insomma, si tratta di prevenzione che può fare davvero la differenza”.

L'altra vostra iniziativa storica è la Race for the cure, che si terrà proprio tra pochi giorni. Perché una corsa è diventata un evento così importante?

“Perché le donne, pazienti oncologiche, hanno l’occasione di farsi vedere. Indossano una splendida maglietta rosa , si sentono partecipi di qualcosa, fanno parte di un gruppo e non sono più isolate. Poi vedono le altre donne, che sono guarite e ce l’hanno fatta e tutte insieme capiscono che questa malattia si affronta meglio condividendo. Il tumore spesso cancella il calore dei rapporti umani perché si prova un senso di vergogna per i capelli che cadono e per un corpo che magari si trasforma. E la nostra corsa, la Race for the Cure, invece dimostra che si può vivere tutto alla luce del sole e si può andarne fiere: è un momento di forza e orgoglio. Ed è una manifestazione che accoglie, perché le donne partecipano insieme a mariti, figli, amici e colleghi. Vi aspettiamo l’8 maggio a Roma e poi la corsa si terrà nei giorni successivi anche in altre città”.

“Si tratta di quattro unità mobili con cui giriamo l'Italia e regaliamo visite gratuite a quelle donne che non possono farle perché magari vivono lontane dagli ospedali, hanno problemi economici o paura dell'esito degli esami. Il progetto è nato nel 2007, con la prima unità mobile donata da Johnson & Johnson ed è andato così bene che si è allargato sempre di più”

Torniamo alla prevenzione: cosa significa oggi farla? Che sfida vi ponete?

“La  sfida è arrivare a quel momento in cui non ci sarà più bisogno di noi. Purtroppo non è ancora così, quindi andiamo avanti e portiamo la prevenzione dove non arriva. Come sull’isola di Ventotene, dove non c’è un ecografo, per esempio. Le donne si occupano della famiglia, dei figli, lavorano: insomma si prendono cura di tutti, ma alla fine si dimenticano di se stesse e allora noi camminiamo al loro fianco e accorciamo le distanza tra persone e prevenzione”.

Ogni anno, solo in Italia, seguite migliaia e migliaia di donne. Di cosa siete più orgogliosi?

“Del cambiamento culturale. Sempre a proposito della Race for the cure, all’inizio le famose magliette rosa erano di una tonalità chiara, quasi sbiadita, come se chi le indossava si vergognasse di farsi notare. Le donne poi mettevano anche un cappellino proprio per ripararsi dagli sguardi indiscreti. L’8 maggio, invece, vedrete una marea di maglie rosa shocking che marciano orgogliose. E un po’ di questo cambiamento è anche merito nostro”.

Quali sono i sogni della vostra associazione?

“Desideriamo crescere, investire sempre di più e salvare tante donne e si può fare solo con la prevenzione e le cure migliori”.


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aBRCAdabra, il cancro e i geni ‘mutati’

7 Minuti27 Aprile 2022

Andiamo a conoscere…


In Italia c’è un’associazione che sostiene le persone con la mutazione BRCA

La prima ad accendere i riflettori sull’argomento è stata l’attrice Angelina Jolie, che nel 2013 ha fatto sapere al mondo di avere la mutazione del gene BRCA1. Da allora, l’attenzione sul tema è cresciuta e in Italia è nata aBRCAdabra, la prima associazione nazionale che sostiene i portatori di mutazione genetiche BRCA1 e BRCA2. Oggi, per la rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ne parliamo con la presidente Ornella Campanella.

Che cosa sono queste mutazioni genetiche e perché oggi se ne parla sempre di più?

“I geni BRCA1 e BRCA2 sono quei geni che, se mutati, predispongono nel corso della vita al rischio elevato di sviluppare un tumore al seno, all’ovaio, al pancreas a alla prostata. Il rischio, appunto, è alto tanto che la scienza ci parla anche dell’80% di probabilità. Queste mutazioni sono democratiche perché riguardano sia le donne che gli uomini e infatti la nostra sfida è creare consapevolezza riguardo all’argomento. Una persona che ha la mutazione ha il 50% di possibilità di trasmetterla ai figli, sia femmine che maschi. Quindi si tratta di una questione che riguarda l’intera famiglia”.

Quando è nata la onlus?

“Nel 2015 ed è stata la perfetta chiusura del cerchio, perché in realtà già qualche anno prima la Professoressa Alberta Ferrari, senologa al San Matteo di Pavia e nostra referente scientifica, aveva riunito in rete le donne portatrici della mutazione, che si sentivano sole, con un test tra le mani e orfane di un percorso adeguato. Questo gruppo chiuso su Facebook è cresciuto sempre di più e quindi abbiamo voluto strutturarci come associazione per lavorare in modo più efficace”.

Sul vostro sito campeggia una frase che ci ha molto colpito e che dice ‘sapere di essere BRCA positiva può essere considerata una finestra sul futuro’. Perché?

“All’inizio, quando una persona scopre la posività alla mutazione di questi geni ha paura delle conseguenze, ma se viene accompagnata ad aprire questa finestra capisce di avere di fronte diverse possibilità e, quindi, di essere libera di scegliere e di diventare protagonista della propria salute. Oggi, infatti, una donna ha due strade. Può fare la cosiddetta chirurgia di riduzione del rischio: in pratica, si sottopone alla mastectomia profilattica e/o alla annessiectomia, che consistono nella asportazione della mammella e/o dell’ovaio e delle tube. Questa scelta riduce sensibilmente il rischio di ammalarsi. L’altra strada, invece, è il percorso di sorveglianza mirata: non significa prevenire la malattia, ma intercettarla in una fase molto precoce. Funziona solo per il tumore al seno e significa seguire una speciale lista della spesa, ovvero una serie di esami semestrale o annuali. Per esempio, la risonanza mammaria, l’ecografia transvaginale, la visita ginecologica e altro ancora, a seconda del rischio della persona e della sua storia familiare. In entrambi i casi, se ha consapevolezza può scegliere, è libera”.

Facciamo un passo indietro: come si fa a sapere di essere positiva alla mutazione? Chi e quando deve sottoporsi al test?

“Allora, il primo campanello d’allarme scatta nella testa del medico di base o del ginecologo, che nota per esempio tanti casi di tumore al seno in famiglia e allora consiglia alla donna di rivolgersi a un genetista oncologo in un centro specializzato. Ecco, diffidate dalle strutture sotto casa: servono centri specializzati e noi dell’associazione possiamo aiutarvi a individuarli. Il genetista procede con un colloquio molto approfondito sulla storia della persona e della sua famiglia. Poi stabilisce un indice di rischio e se questo è alto propone il test genetico. E sottolineo il verbo propone, perché si è liberi di fare questo esame, non c’è un obbligo. Il test darà poi un risultato e dirà se la persona è positiva o negativa alla mutazione”.

Facciamo l’identikit dei vostri associati

“Sono donne, uomini, famiglie intere perché, appunto, il problema coinvolge tutti. Quindi nella nostra squadra non ci sono solo positivi, ma chiunque ha vissuto il percorso a fianco di una persona. L’iscrizione è quasi simbolica: infatti costa solo 10 euro”.

“I geni BRCA1 e BRCA2 sono quei geni che, se mutati, predispongono al rischio elevato di sviluppare un tumore al seno, all'ovaio, al pancreas a alla prostata”

Se qualcuno vuole iscriversi come può fare?

“Basta andare sul nostro sito. L’iter è davvero semplice e intuitivo. Sempre sul sito e sui social si viene poi aggiornati sulle nostre attività”.

Quali sono?

“Prima di tutto, l’attività scientifica. Siamo supportati da un comitato tecnico che riunisce i pionieri di BRCA in Italia, da genetisti a oncologi fino ai chirurghi e tanti altri, che ci aiutano  a crescere, a fare un’informazione precisa e mirata e a confrontarci con le istituzioni per chiedere il meglio per chi ha la mutazione. Poi lavoriamo per i diritti dei pazienti: per esempio, esistono delle esenzioni che permettono di fare gratis gli esami, ma non tutte le Regioni le hanno. Poi lanciamo tanti progetti specifici sulla salute, come quelli sul trattamento dell’atrofia vaginale in menopausa o sulla psiconcologia. Infine, siamo molto presenti sul territorio perché le persone hanno bisogno di essere ascoltate e guidate. Tempo fa, ci hanno detto che abbiamo cambiato il modo di parlare di BRCA perché siamo garbate, empatiche e costruttive. Infatti, Fondazione Aoim ci ha voluto al suo fianco per scrivere le prime raccomandazioni italiane su BRCA e questo è motivo di grande orgoglio per noi”.

Quali sono i vostri obiettivi? Di che colore sarà il futuro di aBRCAdabra?

“Sarà un colore inclusivo, perché vogliamo accogliere tutti. All’inizio la mutazione era associata soprattutto al tumore al seno poi si è scoperto che è legata a diverse patologie oncologiche, quindi abbiamo allargato la collaborazione a nuovi esperti e associazioni di pazienti. Se lavoriamo tutti insieme la nostra voce sarà più potente e potremo aiutare sempre di più le persone”.