Serena tumore cervice

Serena e il tumore alla cervice

8 Minuti24 Gennaio 2023

Cancer Confidential


Gennaio è il mese della prevenzione per il cancro alla cervice e noi ti regaliamo la storia di una donna davvero speciale

“Ho scoperto il tumore al collo dell’utero con la prevenzione”. Durante la nostra chiacchierata, Serena Pinelli ripete più volte questa frase perché quel cancro trovato quasi per caso, facendo un normalissimo controllo, la spinge ogni giorno a sensibilizzare quante più persone sull’importanza di visite ed esami.

Così, in questo mese di gennaio tutto dedicato proprio alla prevenzione del tumore al collo dell’utero, la nostra rubrica Cancer Confidential è dedicata alla vicenda di questa 43enne. Stai vivendo anche tu un percorso simile? Allora leggi questo articolo fino in fondo e lasciati ispirare dalla forza della condivisione.

Il tumore al collo dell'utero si scopre con un test

“La mia storia è iniziata per caso” ricorda Serena. 43 anni, vive a Lucca e si divide tra i mille impegni di tutti i giorni, nel classico vortice tra lavoro e famiglia. Ma nel febbraio del 2021 tutto cambia. Lei è in salute, in perfetta forma e riceve l’invito dal sistema sanitario nazionale a eseguire lo screening per il tumore alla cervice con il test dell’Hpv, il papilloma virus che può essere responsabile di questa patologia. “Ho sempre fatto Pap test e visita dal ginecologo ogni anno. Poi, complice il Covid, ho saltato questo appuntamento. Ma non avevo sintomi, stavo bene quindi sono andata a fare l’esame tranquilla, aspettando di ricevere la solita lettera con il referto negativo”.

Invece, un destino beffardo cambia le carte in tavola e Serena viene chiamata di nuovo per sottoporsi a una colposcopia, l’esame approfondito degli organi genitali. “Non sapevo neanche bene di che cosa si trattasse. Ma ho capito subito che qualcosa non andava. Il medico, con tono accusatorio, mi ha chiesto da quanto non facessi un Pap test e mi ha avvisato che avrebbe fatto anche un prelievo per una biopsia”.

Serena dovrebbe ritirare l’esito il 7 maggio, ma il 29 aprile riceve una telefonata urgente: deve recarsi in ospedale la mattina successiva. Purtroppo le restrizioni legate al Covid sono ancora in vigore e così si trova a ricevere da sola la notizia più devastante della sua vita. “Ricordo la dottoressa che ha sussurrato la frase ‘mi dispiace, è positivo’. Io non sono riuscita a dire nulla, tanto che lei mi ha scritto il suo numero di telefono su un foglietto, consigliandomi di richiamarla. Ero così confusa…”.

“Non mi stancherò mai di sensibilizzare  sull'argomento. Quando ho scoperto il tumore, amiche e colleghe sono andate a fare visita e test per l'Hpv, ma mi hanno confessato che non sempre lo eseguivano. C'è una specie di tabù per questi controlli, soprattutto dopo la gravidanza. Invece salvano la vita e io ne sono la prova. Infatti, ho un sogno: fare qualcosa che possa aiutare le persone che stanno facendo il mio stesso percorso”

Un lungo percorso operatorio

Nei giorni successivi, Serena viene catapultata in un vortice di esami e visite. Il primo passo da compiere è la conizzazione, l’intervento che rimuove le lesioni sul collo dell’utero. Poi è la volta dell’esame istologico, che non lascia dubbi: si tratta di un adenocarcinoma aggressivo al collo dell’utero e l’unica soluzione è l’isterectomia radicale, ovvero l’asportazione di utero, tube, collo dell’utero e parte superiore della vagina. In sala operatoria, vengono anche rimossi 37 linfonodi.

“Sono stata fortunata perché il tumore era piccolo come dimensioni e non ho avuto bisogno di radioterapia o chemio. I medici mi hanno ripetuto che quel benedetto esame per l’Hpv mi ha salvato la vita perché non avevo sintomi e se mi fosse accorta della malattia un anno dopo, forse non sarei qui”.

Oggi Serena si sottopone ai controlli di follow up ogni sei mesi e prova a convivere con la malattia. “L’asportazione dei linfonodi mi ha causato un edema alla gamba e al basso ventre. Ho anche dei disturbi alla vescica che sto ancora curando. Infatti, i momenti peggiori per me sono stati dopo l’intervento: credevo che fuori dall’ospedale fosse tutto finito, invece ho realizzato davvero e per la prima volta che nulla sarebbe stato più come prima. Sono cambiata, nel fisico perché non potrò più avere figli, e nella mente. Per gli altri sono guarita, ma dentro vivo ancora un terremoto con tantissime scosse d’assestamento. Il cancro ti cambia per sempre”.

Dopo il tumore? Supporto psicologico e condivisione

I momenti bui, pian piano, lasciano spazio a qualche raggio di luce, che sembra debole ma scalda il cuore come non mai. “Già, la malattia mi sta regalando anche qualcosa di positivo. Tempo fa un medico mi ha fatto notare che in questi casi impari a prenderti cura di te stessa, a volerti bene. Verissimo: il mio benessere è diventato una priorità, cerco di fare quello che mi piace e mi fa stare bene, nel corpo e nella mente”.

Serena fa un respiro profondo. Parlare del tumore costa ancora fatica e le emozioni sono così forti da spezzare il fiato. Ecco perché si sente di dare un consiglio preciso ai pazienti oncologici: “Vivete ogni sentimento come viene e non abbiate paura di chiedere un sostegno psicologico. Non è un segno di debolezza, anzi si tratta di un gesto d’amore verso se stessi e verso le persone che ci stanno vicine”. Il supporto è fondamentale: noi di Koala Strategy lo sappiamo bene e infatti abbiamo appena lanciato un servizio di counseling con il Centro Berne.

La condivisione è vita, ripete Serena. E condivisione fa rima anche con prevenzione, la ‘missione’ che fa da traino alle sue giornate. “Non mi stancherò mai di sensibilizzare ragazze e signore sull’argomento. Quando ho scoperto il tumore, amiche e colleghe sono andate a fare visita e test per l’Hpv, ma mi hanno confessato che non sempre lo eseguivano. C’è una specie di tabù per questi controlli, soprattutto dopo la gravidanza. Invece salvano la vita e io ne sono la prova”.

“Infatti, ho un sogno: fare qualcosa che possa aiutare le persone che stanno facendo il mio stesso percorso. In questi mesi ne ho parlato molto sul mio profilo Ig, ho stretto rapporti forti con tante donne e vorrei proprio costruire qualcosa di concreto. Così dalla mia malattia potrebbe nascere qualcosa di buono”.


Francesco Caiazza

Francesco: “Ho sconfitto due tumori e ora farò il ricercatore”

9 Minuti15 Dicembre 2022

Cancer Confidential


La testimonianza di un ragazzo che ha avuto un tumore al cervello e la leucemia e ora sogna di guarire gli altri

La scuola, le partite di calcio del Napoli, le gite con gli amici. Per Francesco Caiazza erano tutto. Erano il suo piccolo, grande, mondo perfetto. Ma quando aveva 16 anni, il suo universo è stato spazzato via per colpa del cancro. Oggi di anni ne ha 25, studia Chimica e Tecnologie Farmaceutiche all’università di Perugia e può ricordare quei momenti con un sorriso e con la sicurezza di chi ha chiuso una parentesi così dolorosa. Ora la riapre per noi di Koala Strategy, per regalare con la sua storia un pizzico di speranza a te, che stai vivendo un percorso altrettanto duro. “Ho sconfitto due tumori” ci svela. “E ora farò il ricercatore”.

Un tumore cerebrale a 16 anni

La storia di Francesco parte a febbraio del 2014. Vive a Todi con la famiglia e frequenta il liceo scientifico. Un giorno comincia a vederci doppio e, quindi, la madre lo porta dall’oculista che capisce subito che qualcosa non va. Infatti la risonanza conferma la sensazione dello specialista: Francesco ha un tumore al cervello. “All’epoca i miei genitori non mi hanno detto tutti i dettagli per proteggermi, ma la quotidianità è cambiata all’improvviso. Ci siamo trasferiti a Roma perché sono stato curato al reparto di Neurochirurgia pediatrica del Policlinico Gemelli”.

Per cinque mesi le giornate di questo ragazzo ruotano attorno all’ospedale e alla speciale radioterapia a cui deve sottoporsi. Gli effetti collaterali lo mettono a dura prova: perde i capelli e le massicce dosi di cortisone che prende causano una specie di dipendenza all’organismo. Ma Francesco trova presto un’isola felice. “Un giorno, nella mia stanza è entrata la Professoressa Daniela Di Fiore, che si occupa della scuola in ospedale e che mi ha proposto di frequentare le sue lezioni. All’inizio mio papà era restio, perché era concentrato soprattutto sulla mia salute, invece mamma ha capito che studiare poteva distrarmi e non farmi sprofondare nell’abisso ospedaliero”.

“In ospedale volevo guarire proprio per riprendermi la vita che avevo perso e se ero già stato capace di affrontare le terapie, potevo fare tutto. Ora voglio dare il mio piccolo contributo e sdebitarmi con gli scienziati che mi hanno salvato la vita”

Infatti, Francesco frequenta le lezioni. Si sente di nuovo normale, proprio come i suoi amici, e i mesi difficili lasciano posto ai primi progressi. “A giugno ho concluso la terapia e i controlli ci hanno regalato una notizia meravigliosa: la massa maligna era scomparsa. Non ci potevo credere… E intanto ho terminato l’anno scolastico con le lezioni in ospedale: anche quello mi ha reso molto felice perché avevo l’incubo di essere bocciato e perdere l’anno. Invece, ho riconquistato la mia vita di sempre”.

La leucemia promielocitica acuta a 18 anni

Purtroppo, la tanto agognata normalità dura poco. E’ il settembre del 2015, Francesco ha da poco festeggiato il 18esimo compleanno e va con i compagni di classe al Festival della filosofia di Mantova. Quando torna, scopre sul corpo degli strani lividi. E non solo. “Mi ricordo ogni istante di quei giorni. Alla sera, dopo la gita, mia mamma aveva cucinato i tortellini in brodo. Al mattino mi sono svegliato con delle petecchie sulla labbra e sulla bocca, sembravano piccoli angiomi”.

Gli esami del sangue e i controlli al Gemelli fanno ripiombare Francesco nell’incubo. La parola tumore squarcia di nuovo il cielo della sua esistenza. Questa volta si tratta della leucemia promielocitica acuta, un tipo di leucemia curabile ma dal percorso davvero impegnativo. “Le piastrine erano bassissime, rischiavo un’emorragia e quindi ho trascorso il primo mese in ospedale in isolamento. Sono crollato, mi stavo lasciando andare ma poi ho capito che le lacrime non mi avrebbero portato a nulla”.

In reparto, Francesco incontra di nuovo la Professoressa Di Fiore, che gli promette che riuscirà a prepararsi per la maturità. Ed è proprio la scuola in ospedale a donare al ragazzo un nuova ventata di energia, anche quando tutto sembra impossibile. “Pian piano i valori delle piastrine sono risaliti e ho iniziato la cura. Si trattava di un’infusione quotidiana di un nuovo farmaco, i cosiddetti farmaci intelligenti che per fortuna non attaccano il sistema immunitario. Così ogni giorno facevo la mia cura e poi andavo a lezione dalla Prof”.

Quando hai il cancro, devi credere nella vita e nella scienza

Nei lunghi mesi vissuti al Gemelli, Francesco conosce molte persone e stringe rapporti intensi con gli altri malati. Alcuni, purtroppo, non ce l’hanno fatta. “Mi ricordo un ragazzo pieno di rabbia, non riusciva ad affrontare il presente. In quei momenti ho compreso l’importanza dei pensieri, della mente, e mi sono dato un obiettivo: guarire. Volevo guarire proprio per riprendermi la vita che avevo perso e se ero già stato capace di affrontare le terapie, potevo fare tutto. Cercavo comunque di trovare il lato positivo, come il fatto che la malattia mi avesse insegnato che la vita è fatta di cambiamenti improvvisi e bisogna mantenere l’ottimismo”.

Francesco Caiazza - Daniela Di Fiore

La diagnosi di tumore e la famiglia

Nel racconto dolcissimo di Francesco, c’è una parola che ricorre più di tutte e che gli illumina sempre gli occhi scuri: famiglia. “Senza i miei cari non ce l’avrei fatta perché mi hanno sostenuto con un marea di amore. Ma è stata dura anche per loro: la nostra famiglia, in pratica, si è spezzata. Mia mamma veniva con me a Roma e mio papà e mia sorella minore rimanevano in Umbria da soli. Papà lavorava e si occupava di tutto, mia sorella frequentava le medie ed è dovuta crescere così in fretta. Quanti pianti il lunedì, quando papà ci accompagnava a Roma e ci salutava…”. Già, il cancro è un terremoto che non scuote solo il malato, ma tutti quelli che gli sono accanto. Per fortuna, poi arrivano gli istanti più belli, che si trasformano in una linfa che scalda il cuore. “Che gioia quando sono riuscito ad andare allo stadio con mio papà a vedere una partita del Napoli. E poi, grazie alla Professoressa Di Fiore, mi hanno anche regalato la maglia con gli autografi di tutti i calciatori”.

“Farò il ricercatore per sdebitarmi con chi ha curato i miei tumori”

“Farò il ricercatore per sdebitarmi con chi ha curato i miei tumori”
Qualche mese fa, Francesco ha fatto l’ultimo controllo: la leucemia fa parte del passato, è uscito anche dal rischio recidiva e potrà archiviare paure e visite mediche. Ma non si allontanerà troppo da questo ambiente perché il suo sogno è diventare un ricercatore. “Lo pensavo già quando mi ero iscritto al liceo scientifico, poi la malattia mi ha convinto ancora di più. Ho sconfitto due tumori e farò il ricercatore. Sto finendo l’università, poi farò una tesi sperimentale in laboratorio e mi dedicherò proprio all’oncologia. Voglio dare il mio piccolo contributo e sdebitarmi con gli scienziati che mi hanno salvato la vita”. Noi ti facciamo un grande in bocca al lupo, Francesco: Koala Strategy fa il tifo per te!


Dario tumore al pancreas

La storia di Dario, che vince il tumore al pancreas con l'arte

6 Minuti17 Novembre 2022

Cancer Confidential


Il 46enne romano si racconta tra paura e creatività

Avere paura, tanta paura, e non nasconderlo. Anzi, provare ogni giorno a trasformare le debolezze in benzina che ti fa comunque andare avanti. Dario Pellegrino ripete spesso questo concetto. Classe 1976, romano, è un artista. Ha lavorato nel cinema e nello spettacolo, cura mostre e crea lui stesso opere che trasformano materiali quotidiani in piccole magie che traboccano vitalità. Forse perché quando convivi con un tumore al pancreas, provi ogni istante a esorcizzare la fine. Oggi, giornata mondiale contro questa patologia, ti regaliamo la sua storia con la nostra rubrica Cancer confidential.

“La mia avventura è iniziata una grigia giornata di ottobre: ero seduto in macchina quando ho ricevuto la chiamata dal Policlinico Gemelli. Qualche settimana prima avevo fatto una biopsia, perché da tempo lamentavo malesseri vari e non ne venivo a capo. Al telefono è rimbombata la sentenza: ricordo la voce che pronuncia la frase ‘Signor Pellegrino, la dobbiamo subito ricoverare: ha un cancro al pancreas. Da quel momento, e per le successive 24 ore, ho avuto la sensazione di non essere più nella mia mente, come se fluttuassi nel vuoto. Ho avvertito un vuoto enorme, che non so spiegare, e poi un fiume di tristezza, dolore e paura. Quest’ultima sensazione è durata fino al giorno dopo, poi ha iniziato a tormentarmi una domanda: perché proprio a me?”.

La risposta è quasi impossibile. Intanto, Dario viene fagocitato dal ricovero. In ospedale esami, visite e colloqui con i medici si susseguono senza sosta e lui comincia a rendersi conto della sua nuova realtà. “La razionalità si è fatta largo nella mia testa. Ho reagito subito e penso che sia fondamentale. Mi sono dato un obbiettivo: combattere contro questo mostro. E’ la mia promessa e non so se riuscirò a mantenerla, ma per il momento la strada è quella giusta”.

“Mi sono sempre piaciute le sfide: le accolgo, mi organizzo e combatto. Nella mia debolezza, riesco a trovare le forze e la tenacia per affrontare le sfide giornaliere perché anche la paura, in fondo, è un'energia, ti spinge a curarti, a fare per bene tutto quello che è necessario”.

E’ un percorso lungo, fatto di tante terapie, dalla chemio alla radio, per ridurre la massa maligna. Poi sarà la volta dell’intervento. “Mi aspettano ancora 4 mesi di cure, intervallati da tantissimi esami, e poi entrerò in sala operatoria”. Ci pensa parecchio a quel giorno, Dario, e non nasconde il timore per uno dei tumori più subdoli e difficili da curare. “Mi sono sempre piaciute le sfide: le accolgo, mi organizzo e combatto. Nella mia debolezza, riesco a trovare le forze e la tenacia per affrontare le prove giornaliere perché anche la paura, in fondo, è un’energia, ti spinge a curarti, a fare per bene tutto quello che è necessario”.

Al suo fianco la compagna, che non lo lascia mai, pochi amici fidati e i suoi ‘must have’ per l’ospedale. “Ho dei talismani per esorcizzare il mostro: i miei fantasmagorici e coloratissimi calzini, che indosso durante le chemio, tanta pazienza e pensieri positivi, ovvero le cose che mi piacciono e mi danno energia. Come il modellismo, le colleziono di vinili storici e, soprattutto l’arte. In questi giorni inaugurerò la mia prima mostra di “Arte in mattonella” con opere in gres porcellanato che si trasformano in tele uniche”. E Koala Strategy è felice di sostenere Dario in questo progetto artistico, per dimostrare ancora una volta che avere il cancro non significa essere arrivati alla fine. La vita continua e lo fa anche attraverso queste opere.

La creatività e le passioni aiutano Dario a superare i momenti più critici. “Quando torni a casa dopo la seduta di chemio, ti senti male dentro, un malessere che solo noi pazienti conosciamo. Questi sono i momenti peggiori. Il migliore, infatti, è quando consegno quella che io chiamo bomboletta, la periferica in bottiglietta che contiene il farmaco miracoloso che porti per 48 ore dopo la chemio. Quando lo riporto in ospedale, sento un brivido di libertà che mi attraversa tutto il corpo”.

Tra un’opera e un ciclo di chemio, Dario si racconta sui social e prova a pensare al futuro. “Dove sarò tra 10 anni? Se Dio vuole, sarò fuori da questo tunnel. Ho ancora tanti sogni da realizzare e poi questa esperienza mi sta insegnando a vivere la vita e un domani mi piacerebbe trasmettere più sensibilità e umanità possibile”. Dario ci saluta, lasciando un messaggio speciale ai pazienti come lui: “Seguite la scienza, affidandovi sempre ai vostri medici, e sviluppate più endorfine possibili, dedicando ogni istante a quello che amate”.

Se volete conoscere Dario e andare a vedere le sue opere, ecco qui sotto tutte le info sulla sua mostra.

Arte, Cultura, Persone e... Tumori

L’arte artigianale e la musica possono essere medicine fondamentali per la cura contro il cancro
Sabato 26 novembre: Opening TELE/MATTE
Dallle 17.00 a mezzanotte
c/o La Bottèga – Via Portuense 223 Roma
Ingresso Gratuito


Marina che corre la maratona dopo un tumore al seno

Marina, che corre la maratona dopo un tumore al seno

11 Minuti31 Ottobre 2022

Cancer Confidential


Oggi è Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi e non smette di sognare

L’immagine di Marina De Bonis, operata due volte per un tumore al seno, che stringe orgogliosa la medaglia appena conquistata alla maratona di Londra e che puoi vedere nella nostra video intervista, è qualcosa di così forte che diventa difficile descriverla a parole. Perché questa donna, 44 anni, modellista di professione e Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi per passione, ha affrontato un carcinoma, una recidiva e tante, troppe, complicazioni. Eppure, corre la maratona dopo un tumore al seno. E oggi, ultimo giorno di Ottobre Rosa, vogliamo ‘regalarti’ proprio la sua testimonianza unica.

Dolore e paura sono stati per anni compagni di viaggio di Marina. Chiunque si chiuderebbe dietro il silenzio, ma lei sceglie di rivivere questi ricordi per dare un esempio a chi sta provando gli stessi sentimenti. “Voglio dimostrare che farcela è possibile e, anzi, si può ricominciare anche meglio di prima. La mia storia è iniziata nel 2009: avevo 31 anni e stavo vivendo un periodo magnifico, visto che era appena nata mia figlia. Mentre la allattavo ho sentito dei noduli e all’inizio ho pensato che fosse proprio l’allattamento a cambiare il seno. Infatti, alcuni di questi si sono riassorbiti mentre uno è rimasto”.

Il medico le prescrive un’ecografia e Marina va all’appuntamento a cuor leggero: è giovane, sana, si tiene in forma con lo sport… Perché dovrebbe avere pensieri negativi? Invece, purtroppo, l’espressione preoccupata dell’ecografista la colpisce come un pugno in pieno volto e la mammografia e l’ago aspirato confermano la presenza di un nodulo maligno. “Il primo pensiero è andato a mia figlia, ai sogni che avevo e che forse non avrei più realizzato. Poi ho trovato la forza per reagire, un passo alla volta. Non ho mai temuto di non farcela, non pensavo alla morte, ma alle conseguenze della malattia”.

Marina entra in sala operatoria a fine agosto 2009 per una quadrantectomia. Ma poi l’esame istologico evidenzia delle calcificazioni e, quindi, ritorna in ospedale per la mastectomia. I medici scelgono di farle anche la ricostruzione del seno in contemporanea, ma l’intervento non va a buon fine. E a dicembre deve essere ricoverata d’urgenza: la cicatrice dell’intervento è in necrosi e la protesi va tolta. “Ero arrabbiata e delusa: le complicazioni accadono nel 10% dei casi, ma faticavo ad accettarle. Eppure, in quel momento è cambiato qualcosa. Ero ricoverata in un ospedale universitario e un medico mi chiese se potevano visitarmi anche dei giovani dottori per valutare il mio caso. All’inizio mi sono sentita violata, poi ho capito che tra quei giovani poteva esserci il luminare che un domani avrebbe saputo evitare quelle complicazioni, e ho accettato. Per la prima volta ho compreso che la mia esperienza poteva essere utile a qualcuno”.

Marina De Bonis - cancer confidential

Con questa convinzione nel cuore, Marina affronta il suo percorso: la terapia ormonale che la porta in menopausa, e le ruba il sogno di un’altra maternità, il seno mutilato e la ricerca difficile di una diversa intimità con il marito, e poi la chemioterapia, quella tradizionale, che annulla le forze e le fa perdere i capelli. “Mi ricordo la prima seduta: mi sono chiusa in bagno terrorizzata. Poi ce l’ho fatta e alla fine ho sentito che potevo rinascere. Così ho terminato anche la cura con gli anticorpi monoclonali e ho deciso che avrei sistemato il mio seno”. Anche stavolta la strada è in salita: Marina deve sottoporsi a diversi interventi che prendono il grasso dal suo corpo e lo trapiantano nella zona operata. Altre sfide la mettono alla prova: tanti ricoveri, una nuova protesi, cicatrici e dolori che intaccano l’identità, il suo essere donna.

Ma anche in questo tsunami, Marina sente la voglia di ricominciare. E il destino mette sulla sua strada qualcosa che la cambierà per sempre: tramite un’amica scopre che la Fondazione Umberto Veronesi cerca donne operate al seno che vogliano allenarsi e poi correre la maratona di New York. Lei dice sì e si accende di felicità. Conosce l’oncologo Umberto Veronesi, che illustra il progetto: lei e altre donne saranno Pink Ambassador, testimonieranno la possibilità di farcela e l’importanza dell’attività fisica, come recita la maglietta rosa che indossano con orgoglio e su cui campeggia la frase “Niente ferma il rosa, niente ferma le donne”.

Marina e le compagne si allenano per mesi e sbarcano a New York. E’ un sogno che si trasforma in realtà. Qualcosa che, dal letto di ospedale, non avrebbe immaginato nemmeno la persona più ottimista, eppure questa donna macina i 42 chilometri e a ogni passo si butta alle spalle gli istanti peggiori della malattia. Quando taglia il traguardo capisce che tutto è possibile e ora vuole urlarlo al mondo. Così torna a casa più forte, diversa, riprende la sua quotidianità e non si perde mai le attività della Fondazione.

“Quando ricevi una diagnosi la tua esistenza cambia per sempre, ma credo che sia sempre meglio provare a considerarla come un'opportunità per cambiare in meglio. Io ho cambiato lavoro e ho scelto di diventare ambasciatrice di Fondazione Veronesi. Ognuna ha il suo progetto, la sua sfida, il desiderio da realizzare: l'importante è valorizzare il presente impreziosendolo di cose nuove e di energie positive”.

Ma un nuove scossone squarcia il velo di serenità che si era faticosamente costruita. Alla fine del 2015 un controllo evidenzia un nuovo nodulo, una recidiva allo stesso seno. Il copione si ripete e stavolta è ancora più duro: bisogna asportare il nodulo, la vecchia protesi e 42 linfonodi, di cui 5 già in metastasi. “Mi sentivo comunque meno spaventata, ero più consapevole del percorso ed ero meno sola, visto che intanto erano nate associazioni e progetti. Le mie amiche Pink Ambassador, per esempio, sono state al mio fianco, non mi sono mai sentita sola. Sono stata operata a marzo e il 2 aprile si teneva la Milano Marathon, che loro avrebbe corso per raccogliere fondi. Mi sono presentata anche io, per andare a trovarle e quando le ho viste con lo striscione dedicato a me, ho cominciato a camminare con loro. E poi ho corso. Già, ho sentito di volerlo fare e sono arrivata alla fine. Qualche giorno dopo, al primo controllo dopo l’operazione, la dottoressa mi ha dato della pazza, ma ha trovato il braccio perfettamente guarito, senza gonfiore e senza il siero che di solito si forma dopo l’asportazione dei linfonodi”.

La corsa regala a Marina l’autostima fondamentale in quel momento perché capisce che, così come ha tagliato il traguardo della maratona, può tagliarne tanti altri. Con questa grinta, sopporta anche la malattia (un liposarcoma) del fratello Dino e organizza con lui un ultimo viaggio ad Amsterdam per correre insieme la maratona. La loro foto è la metafora perfetta dell’amore e della grinta. “Lui non ce l’ha fatta, lo sto ancora metabolizzando, ma in suo onore ho ripreso in mano un altro sogno: la maratona di Londra. E’ stato durissimo allenarsi, tra il Covid e l’estate più calda del secolo, ma ci sono riuscita e lo scorso 2 ottobre ho coronato l’obiettivo di finire la gara in 5 ore. Ora sono lanciatissima e ho un nuovo progetto: partecipare alle sei corse più importanti. Ho fatto New York e Londra e parteciperò a quelle di Berlino, Chicago, Boston e Tokyo”.

Guarda avanti Marina, costruisce il futuro e dipinge sogni. Sa bene che non bisogna sentirsi invincibili a tutti i costi e che gli imprevisti sono dietro l’angolo, ma prova a rialzarsi ogni volta che cade. “Quando ricevi una diagnosi di cancro la tua esistenza cambia per sempre, ma credo che sia sempre meglio provare a considerarla come un’opportunità per cambiare in meglio. Io ho cambiato lavoro e ho scelto di diventare ambasciatrice di Fondazione Veronesi. Ognuna ha il suo progetto, la sua sfida, il desiderio da realizzare: l’importante è valorizzare il presente impreziosendolo di cose nuove e di energie positive”.

Marina ci dice queste parole con gli occhi che si illuminano. Stringe la medaglia conquistata a Londra e ci spiega che, quando riuscirà a partecipare a tutte le 6 gare, ne riceverà una speciale. Koala Strategy fa il tifo per lei, e per tutte le donne come lei. Aspettiamo le foto delle vostre piccole, grandi, conquiste…


Hand holding purple Ribbon for Pancreatic, Esophageal, Testicula

Mary: “Io, che convivo con il tumore al seno metastatico”

6 Minuti13 Ottobre 2022

Cancer Confidential


Un messaggio ricco di speranza e di fiducia nella scienza

Gli occhi sono lucidi e le dita tormentano le mani. Per Mary non è facile lasciarsi andare e aprire il cuore agli altri, perché mostrare le proprie ferite e il dolore significa essere ancora più esposti, fragili. Ma dare un messaggio di speranza conta più di tutto perché è proprio di questo sentimento che questa 50enne si nutre ogni giorno, visto che Mary convive con un cancro al seno metastatico. In Italia, circa 37.000 donne fanno i conti con questa diagnosi e oggi, giornata nazionale dedicata a questa patologia, vogliamo raccontarti la sua storia.

Il tumore non è guaribile

Mary raccoglie le forze e pian piano ogni parola risuona più chiara, come se condividere la sua esperienza potesse alleggerire un po’ il peso che porta dal 2017. “Facevo ogni anno ecografia e mammografia e quella volta il tecnico mi disse che c’erano diversi cisti ma erano benigne. Purtroppo ho capito che qualcosa non andava visto che le cisti in realtà erano aumentate di grandezza rispetto all’anno precedente”. Visite e approfondimenti si susseguono veloci fino alla diagnosi, che arriva come un calcio in pieno viso: si tratta di un carcinoma al seno, al quarto stadio e metastatico. In pratica, il tumore si è già diffuso alla colonna vertebrale e non è guaribile.

“Tra un po' festeggerò i cinque anni di convivenza con la malattia. Sì, ci convivo, la tengo a bada e sono qui: ho imparato che le parole fanno la differenza. Per ora, il tumore metastatico non è guaribile, ma è curabile, e sottolineo 'per ora"

Dopo la diagnosi, la rabbia

“La prima reazione? Ero davanti all’ascensore dell’ospedale e ho iniziato a tirare i pugni. Poi, entrata nell’ascensore, ho avuto un attacco di claustrofobia. E, alla fine, sono scoppiata a piangere a dirotto. Per parecchio tempo, sono stata sempre arrabbiata, incavolata con la vita: prima della diagnosi giravo il mondo per lavoro, soddisfatta della mia carriera da manager. Poi è crollato tutto”.

I primi tempi, la quotidianità sembra proprio un corso di sopravvivenza tra le macerie. Per ridurre la massa maligna al seno, Mary si sottopone a una lunga cura con i farmaci biologici, poi tocca all’intervento. “L’operazione è stata abbastanza invasiva, con 22 linfonodi maligni su 25. Il tumore aveva già coinvolto la colonna vertebrale. Infine, ho fatto parecchie sedute di radioterapia: sono state molto pesanti perché la pelle era diventata così sensibile da sanguinare”.

Una cura sperimentale e una nuova speranza

Da quel periodo buio sono trascorsi diversi mesi e ora Mary ha trovato un nuovo equilibrio. “Sto facendo una cura sperimentale: si tratta di compresse che prendo ogni giorno per 21 giorni; poi faccio una pausa di una settimana durante la quale mi sottopongo a esami e visita con l’oncologa e poi ricomincio. Gli effetti collaterali non mancano, come i problemi a nervi e tendini, ma la chemioterapia sarebbe peggio. E, soprattutto, questa terapia funziona. Di solito va bene solo per il 5, massimo 10% delle pazienti, ma dopo un anno non è più efficace. Invece tra un po’ festeggerò i cinque anni di convivenza con la malattia. Sì, ci convivo, la tengo a bada e sono qui: ho imparato che le parole fanno la differenza. Per ora, il tumore metastatico non è guaribile, ma è curabile, e sottolineo ‘per ora’. Certo, mi sembra di avere un timer, non so per quanto andrò avanti ma nutro grandissima fiducia verso la medicina e la ricerca scientifica, che stanno facendo passi da gigante e, lo spero, tra qualche tempo troveranno la cura per guarirmi definitivamente”.

L'aiuto psicologico e il movimento

E mentre la scienza fa passi da gigante, anche Mary ricomincia a camminare verso il futuro. Sono passi piccoli, ma più importanti che mai. “Il lavoro mi aiuta tanto a tenermi impegnata e sono contenta di godermi ogni momento con mia mamma e mio fratello. L’amore? Sono single e non nego che la malattia faccia allontanare le persone, ma anche su questo fronte non mollo. Intanto, ho imparato a non farmi troppe domande e a non abbandonarmi al pessimismo. Infatti, mi faccio aiutare anche da una psiconcologa e cerco di trovare la felicità nelle piccole cose: un po’ di palestra, una camminata rigenerante in mezzo alla natura, qualche soddisfazione professionale. Poi adoro leggere e finché avrò i miei libri sarò felice”.

Il tempo della nostra chiacchierata è arrivato agli sgoccioli. Mary fa un respiro profondo e sorride. “Faccio fatica a parlarne, anche con i miei ho un po’ indorato la pillola, ma se con la mia storia posso regalare un pizzico di speranza a una persona sono contenta. Fatevi aiutare, da uno specialista se volete, perché da soli è molto più complicato, e fate sempre movimento: un po’ di cyclette e una camminata a passo veloce rimettono in pace con il mondo, ci dicono che il nostro corpo sta reagendo. E trovate sempre, alla fine di ogni giornata, un motivo per sorridere”.


Michelle, il cancro ha portato una nuova me

Michelle, il cancro ha portato una nuova me

7 Minuti14 Luglio 2022

Cancer Confidential


Le confessioni di una dolcissima donna alle prese con un tumore al seno

Quando parli con Michelle Sottile, ti senti avvolta da un calmo abbraccio perché questa donna emana subito dolcezza e tranquillità. Gli occhi sono puri e lo sguardo sembra quasi trasparente anche se puoi percepire l’oscurità che ha tormentato la sua anima. E in fondo la segna ancora. “Il cancro ha portato una nuova me” ci confessa. Così questa donna classe 1984, moglie e mamma di due bambine, ci apre il cuore con gioia perché sa che condividere significa sentirsi meglio e aiutare gli altri.

Durante l'allattamento della figlia, la diagnosi di tumore al seno

La sua storia prende il via a marzo 2020. Siamo in pieno lockdown, lei sta allattando la seconda figlia e si accorge di una piccola pallina al seno destro. Monitora la situazione e a giugno l’ecografia la tranquillizza. “Si trattava di un fibroadenoma benigno, da controllare dopo sei mesi. Addirittura, a un certo punto sembrava sparito e al tatto non sentivo più nulla. Ma poi ho avvertito un nodulo vero e proprio e una dottoressa, da cui sono andata per un altro controllo, mi ha suggerito di indagare più a fondo”.

Così, il 13 aprile 2021 Michelle si sottopone alla visita più difficile. La biopsia evidenzia un tumore al seno e segna l’inizio di un tunnel che questa donna sta ancora percorrendo. “Sembrava un carcinoma in situ, ossia all’inizio, da rimuovere con un’operazione e sono anche riuscita a essere ironica perché ho pensato che almeno mi sarei rifatta il seno. Ma l’esame istologico ha poi rivelato che c’era un altro tumore e che sarebbero servite la chemioterapia e i farmaci monoclonali”.

Michelle Sottile Cancer Confidential

La paura di non avere più una vita normale

Quei momenti sono scolpiti nel cuore di questa donna. “Ricordo proprio l’istante in cui io e mio marito siamo usciti di casa e ci siamo messi in auto per ritirare il referto dell’istologico: c’era un silenzio incredibile, come se sapessimo già il responso, e quando il medico ci ha spiegato la situazione mi sono chiesta subito se sarei stata in grado di prendermi cura delle mie figlie e di avere una vita normale”. Michelle ha provato a puntare sull’ottimismo, ma poi è entrata in un vortice in cui ha perso il contatto con la realtà. “L’ignoto mi spaventa: mi domando come andranno le cure e se la malattia tornerà. La chemio mi ha fatto stare davvero male ma ero concentrata sulla tabella di marcia della terapia e ora, invece, sono in una fase di mantenimento in cui mi sento meno protetta”.

Il cancro e il contatto con le emozioni

Sentirsi ‘scoperta’, però, non è per forza negativo. Anzi. “Mi sono permessa di stare male, di entrare in un buco nero. All’inizio percepivo troppo rumore e invece volevo il silenzio e apprezzavo quasi la solitudine forzata dalla pandemia che mi ha costretto ad affrontare tante visite e cure da sola. Così sono entrata in contatto con le mie emozioni, soprattutto con la rabbia. Tuttora sono molto arrabbiata perché sono succube di questa situazione, devo accettare tutto. Ma attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

“Attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

Il tumore, le sue bambine e...lo yoga

Il viso di Michelle si rabbuia. Ma è solo un attimo e il sorriso torna quando parla delle sue piccole. Ha scelto di essere trasparente anche con loro, senza mai nascondere la malattia, e introiettando i loro insegnamenti. “I bambini ti insegnano a vivere il presente e a capire che tutto passa, ti costringono a non pensare troppo e a lasciarti andare alla lentezza.

In famiglia abbiamo continuato a essere ironici e scherzosi come sempre e io ho voluto mostrarmi con autenticità anche nelle fasi peggiori, come quando la chemio ha fatto cadere i miei capelli. Ho preferito rimanere me stessa e raccontarmi su Instagram per prendere consapevolezza del percorso e aiutare un po’ chi stava vivendo la stessa esperienza. Gli altri? All’inizio detestavo quando mi chiedevano ogni giorno come stavo, poi ho imparato a spiegare i miei bisogni. E su questo fronte l’affetto vince sempre”.

Insieme agli abbracci, Michelle ha superato gli ostacoli con la meditazione, lo yoga, gli oli essenziali e tante letture che hanno dato un significato a questa sfida. E ora prova ad aprirsi al futuro e a nuovi sogni. “Ho sempre lavorato nel settore commerciale delle multinazionali, ma da tempo provavo un po’ di insoddisfazione, mi mancava qualcosa. Così l’anno scorso, all’inizio delle terapie, mi sono licenziata e ho lasciato un posto molto ambito perché vorrei fare qualcosa di più utile. Mi sto prendendo del tempo, sento delle buone energie e non vedo l’ora di scrivere una nuova pagina della mia vita”.


Rossella quando il cancro ti insegna a inseguire ogni desiderio

Rossella, quando il cancro ti insegna a inseguire ogni desiderio

7 Minuti20 Giugno 2022

Cancer Confidential


La blogger ci racconta la sua esperienza con il Linfoma di Hodgkin

Se avessimo una sola parola per descrivere Rossella Corea, sceglieremmo curiosa. Lei stessa la ripete più volte quando si racconta, come se la curiosità per il mondo che la circonda e per la vita fossero davvero un fiume inesauribile, soprattutto dopo che il cancro le ha insegnato a inseguire ogni desiderio. Classe 1990, volto social, è autrice del blog Into the Ross, un diario che trabocca di emozioni e di passioni. E ha anche creato, insieme ad altre 4 ragazze, #Tettebiscottate4Airc, le mitiche magliette rosa che hanno raccolto fondi per la prevenzione e la ricerca sul tumore al seno.

Il linfoma di Hodgkin a 26 anni

Perché anche Rossella ha visto in faccia la malattia e oggi, giornata nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma riesce a riviverla con il sorriso puro di chi ce l’ha fatta. “Ho quasi 32 anni e la mia storia inizia a 26. Mi trovavo a Lisbona doveva avevo terminato l’Erasmus e dovevo laurearmi. Sono sempre stata un po’ zingara: fino ai 6 anni ho girato diverse città italiane, poi mi sono trasferita a Verona e durante l’università sono andata, appunto, in Portogallo. Quel natale sono tornata a casa, in Veneto, e mia mamma mi ha fatto notare che avevo il collo gonfio. Non avevo mai avuto nessun sintomo, a quell’età mi credevo invincibile. Così ho iniziato l’iter di controlli e ho scoperto un nodulo alla tiroide, che mi hanno subito rimosso con un intervento. Poi dopo qualche mese, e altri esami, è arrivata la diagnosi definitiva: avevo un Linfoma di Hodgkin”.

Rossella rimane senza parole, quasi interdetta e ancora adesso quello che le è accaduto le sembra quasi impossibile. “Mi ricordo che l’unica domanda che sono riuscita a formulare è stata ‘e quindi?, perché all’epoca non sapevo nulla di tumori e cure. L’oncologa mi ha spiegato che il linfoma era già al quarto stadio e che avrei dovuto affrontare diversi cicli di chemioterapia. Da quel momento tutto è cambiato, sono diventata un’altra persona”. All’inizio, Rossella tira fuori una grinta inaspettata, una forza che la spinge ad affrontare tutto. “Volevo iniziare le terapie e tormentavo l’oncologa per cominciare il prima possibile per poi tornare alla mia quotidianità. Desideravo solo che passasse tutto in fretta, tanto che ho trascorso quei mesi di chemio sempre in volo tra Lisbona, dove vivevo, e Verona, dove venivo per le infusioni”.

“Il cancro mi ha insegnato che non siamo alberi, non abbiamo le radici per forza ancorate al terreno, ma possiamo cambiare, ascoltare noi stessi e percorrere strade diverse”

Il cancro e il dolore della famiglia

Poi arrivano i momenti più duri. Mentre ripercorre quei mesi, Rossella si accarezza i capelli, che ora non vuole più tagliare e ripensa a quell’enorme macigno che ancora le pesa sul cuore. “L’aspetto peggiore era vedere gli altri in pena per me. I miei genitori si sono separati quando ero ragazza, eravamo una famiglia un po’ ammaccata eppure abbiamo trovato insieme la forza per andare avanti. Ma quando sentivo papà piangere o vedevo che mia mamma e mio fratello nascondevano a stento il loro dolore, non riuscivo a perdonarmi. Non potevo fare nulla per loro ed era terribile”.

Infatti, alcuni istanti restano indelebili nell’anima di questa ragazza. “Mi ricordo che una volta ho fatto la chemio e poi sono partita per la Svizzera con mio papà, che lavorava lì. Ero stremata, senza forze, ho dormito tutto il viaggio e anche il giorno successivo. Poi sono tornata a Lisbona e ho scoperto di aver vinto una borsa di studio. Così ho telefonato subito a mio papà per dargli la bella notizia. Ma lui si è messo a piangere e non ha più smesso perché era ancora sconvolto per quanto era stata male…”. Già, il cancro è un terremoto che fa crollare tutto e tutti. Non solo il malato ma anche i famosi caregiver, che hanno un ruolo fondamentale e meritano attenzione e aiuti.

Dopo il cancro ho imparato a inseguire ogni desiderio

Dopo i momenti difficili, per fortuna sono arrivati anche quelli belli e Rossella li racconta con un sorriso pieno. “Quando ho terminato la chemio mi sono sentita libera, di nuovo, anche se da una parte mi è dispiaciuto lasciare i miei compagni di avventure in ospedale. Si era creata una specie di famiglia e c’era un signore che mi ripeteva che dovevo crederci, che ce l’avrei fatta. Poi ricordo anche i primi controlli: che ansia. La prima volta in cui ho fatto la Pet mi sono messa a pregare nel macchinario…”.

Tra un po’ saranno passati cinque anni dalla diagnosi e Rossella festeggia questo importante traguardo riaprendo la porta a nuovi sogni. “Li cambio spesso perché adoro provare nuove esperienze. Leggere e scrivere sono sempre state due grandi passioni e infatti il mio blog è nato dopo la malattia proprio perché avevo voglia di aprirmi e desidero ancora scrivere un romanzo. Ho sempre temuto il giudizio della gente e questo mi ha bloccata molto. Poi sono andata in terapia e ha capito che dovevo fregarmene. Ora, il mio sogno è fare sempre quello che mi rende felice, realizzare tutto quello che voglio. Ho anche cambiato lavoro, mi occupo di digital Pr e social media per un’azienda, e sono tornata a vivere a Verona. Ecco, il cancro mi ha insegnato che non siamo alberi, non abbiamo le radici per forza ancorate al terreno, ma possiamo cambiare, ascoltare noi stessi e percorrere strade diverse”.


Komen, la onlus che corre contro il tumore al seno

Erika e Milena, che sconfiggono il cancro con l’amore

6 Minuti6 Maggio 2022

Cancer Confidential


Il racconto di una coppia unica alle prese con il tumore ovarico

Erika e Milena finiscono l’una le frasi dell’altra. Perché in amore ogni passo si fa insieme, prendendosi per mano, soprattutto se il cammino è quello che ti porta dentro e fuori dall’ospedale a combattere contro il cancro. Su YouTube e su Instagram raccontano la loro vita di ‘persone perbene’, mostrando piccoli scorci quotidiani, di vita normale. Ma i loro sorrisi, e il sentimento che le lega, sono davvero speciali.

Nel 2020 la diagnosi di tumore all'ovaio

“Forse è perché abbiamo sconfitto il cancro insieme” dicono convinte e si guardano negli occhi, come per darsi la forza di ripercorrere i momenti peggiori. “Tutto è iniziato a giugno del 2020” ricorda Erika. “Avevo l’addome gonfissimo: mi sono messa a dieta, andavo a correre eppure la pancia rimaneva uguale. Il ciclo, poi, era costante e si accompagnava a un forte senso di pienezza anche se non mangiavo nulla. Così a settembre siamo andate dal ginecologo”. Lo specialista nota qualcosa che non lo convince e, dopo una trafila di esami e visite, arriva la diagnosi.

Erika si blocca. Le lacrime rigano il suo volto perché anche solo rivivere quel momento fa male. Così Milena prosegue. “I medici ci hanno spiegato che Erika aveva un tumore all’ovaio. Ci siamo guardate e abbiamo subito pensato che quella era l’ennesima prova che la vita ci metteva davanti. Abbiamo già superato tanti ostacoli per il nostro orientamento sessuale e siamo andate contro tutti per sposarci. Quindi avremmo vinto anche questa sfida”.

“I medici ci hanno spiegato che Erika aveva un tumore all’ovaio. Ci siamo guardate e abbiamo subito pensato che quella era l'ennesima prova che la vita ci metteva davanti”

Tre interventi, la pandemia e tante difficoltà quotidiane

“Adesso piango, ma paradossalmente quando ho sentito la parola tumore non ho quasi realizzato quello che stava accadendo” racconta Erika. “Per giorni non mi sono resa conto della gravità della situazione. Parlavo di me come di un’entità lontana”. Davanti a una diagnosi del genere qualsiasi reazione è valida. L’importante è andare avanti. E questa coppia lo fa, superando addirittura diversi interventi. 

“Il peggiore è stato il terzo perché è stato inatteso e urgente, visto che si era perforato l’intestino” prosegue Erika. “Ho sentito che il mio corpo non ce la faceva. I medici hanno detto a mia mamma e a mia moglie di pregare e che avrebbero potuto dichiararmi fuori pericolo solo dopo 7 notti. Ma poi ho capito che avevo ancora tanto da dire e da fare. Non era il mio momento”. 

Milena annuisce. “Eravamo anche nel pieno della pandemia. All’inizio non potevo nemmeno andare a trovarla in ospedale: mi sembrava di essere in un brutto sogno da cui volevo svegliarmi al più presto e aspettavo con ansia i momenti delle nostre telefonate. Poi, per fortuna, mi hanno dato il permesso di entrare in reparto perché dovevo imparare a farle le medicazioni per la stomia. Sì, ho imparato a fare l’infermiera, a prendermi cura di lei che, all’inizio, non si accettava, tra flebo e dolore. Tra l’altro in quel periodo avevo finito permessi e ferie e fare avanti e indietro tra casa nostra ad Aosta e l’ospedale a Torino era pesante anche economicamente”. 

Il tumore è solo un momento: poi torna sempre il sole

“Poi sono intervenuti i miei colleghi che mi hanno donato le loro ferie, così ho potuto prendermi cura di Erika. In quei momenti ho capito che pur di starle accanto avrei fatto qualsiasi cosa”. Già, si butta il cuore oltre l’ostacolo e si scopre di avere una forza quasi sconosciuta e sconfinata. Anche Erika l’ha capito. “Ci ripetiamo sempre una frase, ovvero che il cancro non è una sentenza, così viviamo ogni giorno come se fosse unico. Provateci se state attraversando anche voi questo momento. Come mi ha insegnato Milena, poi, bisogna tenere l’umore alto, scherzare, puntare sulle risate e sull’ironia. In fondo, sono certa che tra 4 anni ne saremo fuori e mi dichiareranno guarita”.

Tra 4 anni…Erika e Milena pensano sempre al futuro . Al sogno di una casa in Toscana, immersa nella natura, magari con le finestre da cui scrutare il mare. “Il tumore è stato come un fulmine a ciel sereno. Quello che arriva all’improvviso, colpisce proprio la finestra, rompe il vetro in mille pezzi e porta la tempesta. Ma si tratta solo di un momento. Poi torna sempre il sole”.


Roberto Buttori Koala Strategy

Roberto e l’ironia per ‘curare’ il cancro

5 Minuti8 Aprile 2022

Cancer Confidential

Tanta ironia, la musica giusta e gli affetti. Se dovesse scegliere i tre ‘indispensabili’ per un paziente oncologico, Roberto Botturi punterebbe su questi. Milanese, classe 1968, è informatico di professione, ma quando racconta cosa fa una volta spento il computer non finisce più: attore, autore di testi teatrali, batterista, insegnante di fotografia… E ora anche scrittore, visto che il suo romanzo Il paradiso è un posto con un Vermentino in frigo (Infinito edizioni) è appena arrivato in libreria.

Roberto e l'ironia per 'curare' il cancro

Tra le pagine, Roberto ripercorre quell’estate del 2016 in cui il mal di schiena non gli dava tregua. E poi, la diagnosi improvvisa: ha un linfoma non Hodgkin. “Mi ricordo che poco prima stavo leggendo un articolo di giornale che parlava di un mafioso e mi sono chiesto perché stesse accadendo a me e non al criminale di turno. Poi ho capito che è una domanda inutile e nei giorni successivi ho invece scoperto un’interessante teoria sull’umore che mi accompagnato nei mesi successivi. In pratica, quando riceviamo una notizia negativa piombiamo nel baratro, l’umore precipita a zero; poi grazie alla resilienza, alla capacità di sopportare le sfide della vita, torniamo all’ottimismo e allora ogni notizia buona ci fa ben sperare. Io, per esempio, ho poi saputo che il tumore era curabile. E in tutte le settimane successive, emozioni e umore hanno oscillato su e giù, come un’altalena, ma sono sempre riuscito a trovare un piccolo equilibrio”.

Ad aiutarlo a stare in piedi, due ingredienti fondamentali nella ricetta della vita: l’ironia e gli affetti. La prima, per Roberto, diventa uno sguardo diverso con cui osservare gli eventi perché anche le tragedie possono nascondere un pizzico di distacco e di sarcasmo, che spesso ti insegna a uscire dai momenti più critici. Poi ci sono la famiglia e gli amici. “Durante la malattia e le terapie ho avuto proprio bisogno di godermi i miei cari, è fondamentale coltivare le relazioni, anche se poi c’è chi ti tratta con pietà. Ogni reazione altrui è valida, sta poi a noi circondarci di persone che ti fanno stare bene”.

“Durante la malattia e le terapie ho avuto proprio bisogno di godermi i miei cari, è fondamentale coltivare le relazioni, anche se poi c'è chi ti tratta con pietà”

Roberto

Il tasto dolente di prenotazioni e burocrazia

Mentre racconta il via vai in ospedale tra cure ed esami, Roberto ricorda uno dei momenti peggiori, quello in cui ha dovuto sottoporsi alla biopsia osteomidollare, il doloroso prelievo di un campione di midollo osseo che serve. Poi si fa serio e aggiunge un altro tassello negativo. “Purtroppo devo ammettere che l’organizzazione di visite e test è faticosa: ancora oggi non trovo pace quando devo eseguire i controlli per colpa dei tempi biblici e della burocrazia che mette a dura prova i malati. All’inizio, per esempio, non riuscivo a prenotare una tac con urgenza e solo dopo lunghissime telefonate e un po’ di furbizia ho scoperto che bastava spostarsi dalla propria provincia di riferimento e andare a 15 minuti di macchina, ma per il call center della Regione non era fattibile… Insomma, sei spaesato, è difficile orientarsi in una jungla di paroloni e diagnosi, non sai a chi affidarti per avere lo specialista migliore. Nel 2022 è assurdo che ci siano ancora questi problemi: il percorso di cura dovrebbe essere più semplice e organizzato”.

La ricerca è l'unica via per guarire dal cancro

Anche perché, dall’altra parte, il cancro incute sempre meno paura, grazie ai progressi della scienza. “Oggi tantissimi tumori sono curabili, le terapie sono davvero efficaci e ti permettono una buona qualità di vita anche durante i primi tempi, quindi consiglio sempre ai pazienti oncologici di fidarsi della medicina tradizionale e di non farsi abbindolare da guru o strade alternative. Per esempio, è perfetto il sito del World Cancer Research Fund International, con i suoi aggiornamenti e le pagine dedicate alla prevenzione, tutte scientificamente provate e universalmente riconosciute.E, infine, un ultimo suggerimento: non smettete mai di sognare. Io, per esempio, vorrei fare una traversata in barca a vela. Continuate a divertirvi, anche con le piccole cose quotidiane, e prendete in mano la vostra esistenza, concedendovi del tempo per voi stessi e per chi amate”.


Roberta, dai dolci al cancro, senza smettere di sognare

Roberta, dai dolci al cancro, senza smettere di sognare

6 Minuti21 Marzo 2022

Cancer Confidential

Pasticcera per passione, ingegnera per professione e sognatrice per scelta. Si definisce proprio così Roberta Marino. Una cascata di capelli che le incornicia il viso, una voce allegra che ti spinge a chiacchierare, questa ragazza ha ‘solo’ 37 anni, ma sembra aver già vissuto tante vite. Nata in Sicilia, dopo la maturità si trasferisce a Milano perché vuole fare l’ingegnera da quando è piccola e lo ripete con il sorriso, sottolineando con orgoglio la declinazione al femminile di questa professione.

Si laurea al Politecnico di Milano e muove i primi passi nel suo settore. E quando è ormai convinta di aver trovato il suo posto nel mondo, arriva il destino, che le fa cambiare strada e impiego e la porta a Torino. “Qui ho ricominciato da capo e per conquistare i nuovi colleghi portavo torte e dolcetti in ufficio. Prepararli è sempre stata la mia passione fin da bambina”. Impasti e creme la portano quindi in un’altra dimensione, quella della tv. Roberta, infatti, partecipa a Bake off Italia, il famoso talent show in onda su Real Time. “È stata un’esperienza fantastica: l’unica preoccupazione era cucinare dolci! E quando l’avventura è finita, ho continuato a godermi apparizioni, show cooking e tanto divertimento”. 

Poi, in quella ‘quotidianità zuccherosa’ irrompe un tornado che sradica tutto. È l’estate del 2020 e Roberta si trova in vacanza al mare, quando accusa dei disturbi all’occhio destro. “La vista era annebbiata. In realtà, già nei mesi precedenti avevo sentito prurito ma avevo dato la colpa alla vita in smartworking e alle call continue davanti allo schermo”. Nel giro di pochi giorni, i problemi peggiorano e Roberta vede dei veri e propri lampi, così corre al Pronto Soccorso. “Mi ricordo ancora il viso cupo e lo sguardo serio dell’oculista che mi ha visitato e mi ha annunciato che avevo un enorme melanoma nell’occhio. Ho sempre controllato i nei perchè ho la carnagione molto chiara, ma ignoravo che questa patologia potesse colpire anche l’occhio”.

Roberta scopre presto che si tratta di una patologia molto rara, che di solito colpisce persone più adulte. E mentre stenta a crederci e si chiede perché stia accadendo proprio a lei, le sue condizioni peggiorano: il melanoma spinge sulla retina, che rischia di staccarsi. Così, scatta una corsa contro il tempo, tra esami e approfondimenti fatti in totale solitudine per colpa della pandemia. “Sono entrata all’improvviso nel mondo del cancro, sospesa tra angoscia, domande pesanti come macigni e il terrore che ci fossero già altre metastasi”.

Per fortuna, Roberta è ‘pulita’, un termine che sente per la prima volta. E per la prima volta ascolta anche altri termini difficili, quasi crudeli. I medici, infatti, le spiegano che ha due opzioni: togliere l’occhio o sottoporsi prima a un’operazione e poi fare la radioterapia. Roberta sceglie la seconda strada, anche se non ha garanzie. “Per certi versi è stato tutto veloce: in tre settimane mi hanno operata e ho finito le cure. Il dolore rimane e anche la paura, perché ogni 4 mesi devo entrare nel tunnel dei controlli. Ora mi sono abituata al mio occhio monello e al fatto di vedere a metà, quindi voglio godermi ogni istante al cento per cento”.

“Ho accettato il tumore perché ho capito che io non sono la mia malattia, faccio e sono tanto altro. E ho giurato che non avrei più permesso a nulla e a nessuno di rendermi infelice: ora non voglio più sprecare nemmeno un momento di gioia”

Roberta Marino

È quello che questa donna ha promesso a se stessa nei momenti più bui, quando la diagnosi e il dolore le sono piombati addosso senza un perché. “Ho accettato il tumore perché ho capito che non io sono la mia malattia, faccio e sono tanto altro. E ho giurato che non avrei più permesso a nulla e a nessuno di rendermi infelice: ora non voglio più sprecare nemmeno un momento di gioia. Ho un’esistenza piena, tanti hobby come la pole dance, gli amici e una famiglia meravigliosa”.

E visto che si dichiara una sognatrice, Roberta insegue un desiderio speciale: raccontare la sua storia il più possibile per aiutare i pazienti oncologici e regalare loro un messaggio di forza e speranza. “Mi sarebbe stato tanto utile sentire una voce positiva quando ero in ospedale, quindi voglio supportare chi sta passando questa prova. A loro consiglio di tirare fuori tutto il coraggio e di pensare che è solo un momento, una fase e poi pian piano si tornerà a stare bene. E abbiate sempre fiducia nella scienza: io continuo a sperare che magari un giorno riacquisterò la vista e ci saranno cure sempre più efficaci per ogni malato”.