Michelle, il cancro ha portato una nuova me

Michelle, il cancro ha portato una nuova me

6 Minuti14 Luglio 2022

Cancer Confidential


Le confessioni di una dolcissima donna alle prese con un tumore al seno

Quando parli con Michelle Sottile, ti senti avvolta da un calmo abbraccio perché questa donna emana subito dolcezza e tranquillità. Gli occhi sono puri e lo sguardo sembra quasi trasparente anche se puoi percepire l’oscurità che ha tormentato la sua anima. E in fondo la segna ancora. Eppure questa donna classe 1984, moglie e mamma di due bambine, ti apre il cuore con gioia perché sa che condividere significa sentirsi meglio e aiutare gli altri.

La sua storia prende il via a marzo 2020. Siamo in pieno lockdown, lei sta allattando la seconda figlia e si accorge di una piccola pallina al seno destro. Monitora la situazione e a giugno l’ecografia la tranquillizza. “Si trattava di un fibroadenoma benigno, da controllare dopo sei mesi. Addirittura, a un certo punto sembrava sparito e al tatto non sentivo più nulla. Ma poi ho avvertito un nodulo vero e proprio e una dottoressa, da cui sono andata per un altro controllo, mi ha suggerito di indagare più a fondo”.

Così, il 13 aprile 2021 Michelle si sottopone alla visita più difficile. La biopsia evidenzia un tumore al seno e segna l’inizio di un tunnel che questa donna sta ancora percorrendo. “Sembrava un carcinoma in situ, ossia all’inizio, da rimuovere con un’operazione e sono anche riuscita a essere ironica perché ho pensato che almeno mi sarei rifatta il seno. Ma l’esame istologico ha poi rivelato che c’era un altro tumore e che sarebbero servite la chemioterapia e i farmaci monoclonali”.

Michelle Sottile Cancer Confidential

Quei momenti sono scolpiti nel cuore di questa donna. “Ricordo proprio l’istante in cui io e mio marito siamo usciti di casa e ci siamo messi in auto per ritirare il referto dell’istologico: c’era un silenzio incredibile, come se sapessimo già il responso, e quando il medico ci ha spiegato la situazione mi sono chiesta subito se sarei stata in grado di prendermi cura delle mie figlie e di avere una vita normale”. Michelle ha provato a puntare sull’ottimismo, ma poi è entrata in un vortice in cui ha perso il contatto con la realtà. “L’ignoto mi spaventa: mi domando come andranno le cure e se la malattia tornerà. La chemio mi ha fatto stare davvero male ma ero concentrata sulla tabella di marcia della terapia e ora, invece, sono in una fase di mantenimento in cui mi sento meno protetta”.

Sentirsi ‘scoperta’, però, non è per forza negativo. Anzi. “Mi sono permessa di stare male, di entrare in un buco nero. All’inizio percepivo troppo rumore e invece volevo il silenzio e apprezzavo quasi la solitudine forzata dalla pandemia che mi ha costretto ad affrontare tante visite e cure da sola. Così sono entrata in contatto con le mie emozioni, soprattutto con la rabbia. Tuttora sono molto arrabbiata perché sono succube di questa situazione, devo accettare tutto. Ma attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

“Attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

Il viso di Michelle si rabbuia. Ma è solo un attimo e il sorriso torna quando parla delle sue piccole. Ha scelto di essere trasparente anche con loro, senza mai nascondere la malattia, e introiettando i loro insegnamenti. “I bambini ti insegnano a vivere il presente e a capire che tutto passa, ti costringono a non pensare troppo e a lasciarti andare alla lentezza. In famiglia abbiamo continuato a essere ironici e scherzosi come sempre e io ho voluto mostrarmi con autenticità anche nelle fasi peggiori, come quando la chemio ha fatto cadere i miei capelli. Ho preferito rimanere me stessa e raccontarmi su Instagram per prendere consapevolezza del percorso e aiutare un po’ chi stava vivendo la stessa esperienza. Gli altri? All’inizio detestavo quando mi chiedevano ogni giorno come stavo, poi ho imparato a spiegare i miei bisogni. E su questo fronte l’affetto vince sempre”.

Insieme agli abbracci, Michelle ha superato gli ostacoli con la meditazione, lo yoga, gli oli essenziali e tante letture che hanno dato un significato a questa sfida. E ora prova ad aprirsi al futuro e a nuovi sogni. “Ho sempre lavorato nel settore commerciale delle multinazionali, ma da tempo provavo un po’ di insoddisfazione, mi mancava qualcosa. Così l’anno scorso, all’inizio delle terapie, mi sono licenziata e ho lasciato un posto molto ambito perché vorrei fare qualcosa di più utile. Mi sto prendendo del tempo, sento delle buone energie e non vedo l’ora di scrivere una nuova pagina della mia vita”.


Rossella quando il cancro ti insegna a inseguire ogni desiderio

Rossella, quando il cancro ti insegna a inseguire ogni desiderio

7 Minuti20 Giugno 2022

Cancer Confidential


La blogger ci racconta la sua esperienza con il Linfoma di Hodgkin

Se avessimo una sola parola per descrivere Rossella Corea, sceglieremmo curiosa. Lei stessa la ripete più volte quando si racconta, come se la curiosità per il mondo che la circonda e per la vita fossero davvero un fiume inesauribile. Classe 1990, volto social, è autrice del blog Into the Ross, un diario che trabocca di emozioni e di passioni. E ha anche creato, insieme ad altre 4 ragazze, #Tettebiscottate4Airc, le mitiche magliette rosa che hanno raccolto fondi per la prevenzione e la ricerca sul tumore al seno.

Perché anche Rossella ha visto in faccia la malattia e oggi, giornata nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma riesce a riviverla con il sorriso puro di chi ce l’ha fatta. “Ho quasi 32 anni e la mia storia inizia a 26. Mi trovavo a Lisbona doveva avevo terminato l’Erasmus e dovevo laurearmi. Sono sempre stata un po’ zingara: fino ai 6 anni ho girato diverse città italiane, poi mi sono trasferita a Verona e durante l’università sono andata, appunto, in Portogallo. Quel natale sono tornata a casa, in Veneto, e mia mamma mi ha fatto notare che avevo il collo gonfio. Non avevo mai avuto nessun sintomo, a quell’età mi credevo invincibile. Così ho iniziato l’iter di controlli e ho scoperto un nodulo alla tiroide, che mi hanno subito rimosso con un intervento. Poi dopo qualche mese, e altri esami, è arrivata la diagnosi definitiva: avevo un Linfoma di Hodgkin”.

Rossella rimane senza parole, quasi interdetta e ancora adesso quello che le è accaduto le sembra quasi impossibile. “Mi ricordo che l’unica domanda che sono riuscita a formulare è stata ‘e quindi?, perché all’epoca non sapevo nulla di tumori e cure. L’oncologa mi ha spiegato che il linfoma era già al quarto stadio e che avrei dovuto affrontare diversi cicli di chemioterapia. Da quel momento tutto è cambiato, sono diventata un’altra persona”. All’inizio, Rossella tira fuori una grinta inaspettata, una forza che la spinge ad affrontare tutto. “Volevo iniziare le terapie e tormentavo l’oncologa per cominciare il prima possibile per poi tornare alla mia quotidianità. Desideravo solo che passasse tutto in fretta, tanto che ho trascorso quei mesi di chemio sempre in volo tra Lisbona, dove vivevo, e Verona, dove venivo per le infusioni”.

“Il cancro mi ha insegnato che non siamo alberi, non abbiamo le radici per forza ancorate al terreno, ma possiamo cambiare, ascoltare noi stessi e percorrere strade diverse”

Poi arrivano i momenti più duri. Mentre ripercorre quei mesi, Rossella si accarezza i capelli, che ora non vuole più tagliare e ripensa a quell’enorme macigno che ancora le pesa sul cuore. “L’aspetto peggiore era vedere gli altri in pena per me. I miei genitori si sono separati quando ero ragazza, eravamo una famiglia un po’ ammaccata eppure abbiamo trovato insieme la forza per andare avanti. Ma quando sentivo papà piangere o vedevo che mia mamma e mio fratello nascondevano a stento il loro dolore, non riuscivo a perdonarmi. Non potevo fare nulla per loro ed era terribile”.

Infatti, alcuni istanti restano indelebili nell’anima di questa ragazza. “Mi ricordo che una volta ho fatto la chemio e poi sono partita per la Svizzera con mio papà, che lavorava lì. Ero stremata, senza forze, ho dormito tutto il viaggio e anche il giorno successivo. Poi sono tornata a Lisbona e ho scoperto di aver vinto una borsa di studio. Così ho telefonato subito a mio papà per dargli la bella notizia. Ma lui si è messo a piangere e non ha più smesso perché era ancora sconvolto per quanto era stata male…”. Già, il cancro è un terremoto che fa crollare tutto e tutti. Non solo il malato ma anche i famosi caregiver, che hanno un ruolo fondamentale e meritano attenzione e aiuti.

Dopo i momenti difficili, per fortuna sono arrivati anche quelli belli e Rossella li racconta con un sorriso pieno. “Quando ho terminato la chemio mi sono sentita libera, di nuovo, anche se da una parte mi è dispiaciuto lasciare i miei compagni di avventure in ospedale. Si era creata una specie di famiglia e c’era un signore che mi ripeteva che dovevo crederci, che ce l’avrei fatta. Poi ricordo anche i primi controlli: che ansia. La prima volta in cui ho fatto la Pet mi sono messa a pregare nel macchinario…”.

Tra un po’ saranno passati cinque anni dalla diagnosi e Rossella festeggia questo importante traguardo riaprendo la porta a nuovi sogni. “Li cambio spesso perché adoro provare nuove esperienze. Leggere e scrivere sono sempre state due grandi passioni e infatti il mio blog è nato dopo la malattia proprio perché avevo voglia di aprirmi e desidero ancora scrivere un romanzo. Ho sempre temuto il giudizio della gente e questo mi ha bloccata molto. Poi sono andata in terapia e ha capito che dovevo fregarmene. Ora, il mio sogno è fare sempre quello che mi rende felice, realizzare tutto quello che voglio. Ho anche cambiato lavoro, mi occupo di digital Pr e social media per un’azienda, e sono tornata a vivere a Verona. Ecco, il cancro mi ha insegnato che non siamo alberi, non abbiamo le radici per forza ancorate al terreno, ma possiamo cambiare, ascoltare noi stessi e percorrere strade diverse”.


Komen, la onlus che corre contro il tumore al seno

Erika e Milena, che sconfiggono il cancro con l’amore

5 Minuti6 Maggio 2022

Cancer Confidential


Il racconto di una coppia unica alle prese con il tumore ovarico

Erika e Milena finiscono l’una le frasi dell’altra. Perché in amore ogni passo si fa insieme, prendendosi per mano, soprattutto se il cammino è quello che ti porta dentro e fuori dall’ospedale a combattere contro il cancro. Su YouTube e su Instagram raccontano la loro vita di ‘persone perbene’, mostrando piccoli scorci quotidiani, di vita normale. Ma i loro sorrisi, e il sentimento che le lega, sono davvero speciali.

“Forse è perché abbiamo sconfitto il cancro insieme” dicono convinte e si guardano negli occhi, come per darsi la forza di ripercorrere i momenti peggiori. “Tutto è iniziato a giugno del 2020” ricorda Erika. “Avevo l’addome gonfissimo: mi sono messa a dieta, andavo a correre eppure la pancia rimaneva uguale. Il ciclo, poi, era costante e si accompagnava a un forte senso di pienezza anche se non mangiavo nulla. Così a settembre siamo andate dal ginecologo”. Lo specialista nota qualcosa che non lo convince e, dopo una trafila di esami e visite, arriva la diagnosi.

Erika si blocca. Le lacrime rigano il suo volto perché anche solo rivivere quel momento fa male. Così Milena prosegue. “I medici ci hanno spiegato che Erika aveva un tumore all’ovaio. Ci siamo guardate e abbiamo subito pensato che quella era l’ennesima prova che la vita ci metteva davanti. Abbiamo già superato tanti ostacoli per il nostro orientamento sessuale e siamo andate contro tutti per sposarci. Quindi avremmo vinto anche questa sfida”.

“I medici ci hanno spiegato che Erika aveva un tumore all’ovaio. Ci siamo guardate e abbiamo subito pensato che quella era l'ennesima prova che la vita ci metteva davanti”

“Adesso piango, ma paradossalmente quando ho sentito la parola tumore non ho quasi realizzato quello che stava accadendo” racconta Erika. “Per giorni non mi sono resa conto della gravità della situazione. Parlavo di me come di un’entità lontana”. Davanti a una diagnosi del genere qualsiasi reazione è valida. L’importante è andare avanti. E questa coppia lo fa, superando addirittura diversi interventi. 

“Il peggiore è stato il terzo perché è stato inatteso e urgente, visto che si era perforato l’intestino” prosegue Erika. “Ho sentito che il mio corpo non ce la faceva. I medici hanno detto a mia mamma e a mia moglie di pregare e che avrebbero potuto dichiararmi fuori pericolo solo dopo 7 notti. Ma poi ho capito che avevo ancora tanto da dire e da fare. Non era il mio momento”. 

Milena annuisce. “Eravamo anche nel pieno della pandemia. All’inizio non potevo nemmeno andare a trovarla in ospedale: mi sembrava di essere in un brutto sogno da cui volevo svegliarmi al più presto e aspettavo con ansia i momenti delle nostre telefonate. Poi, per fortuna, mi hanno dato il permesso di entrare in reparto perché dovevo imparare a farle le medicazioni per la stomia. Sì, ho imparato a fare l’infermiera, a prendermi cura di lei che, all’inizio, non si accettava, tra flebo e dolore. Tra l’altro in quel periodo avevo finito permessi e ferie e fare avanti e indietro tra casa nostra ad Aosta e l’ospedale a Torino era pesante anche economicamente”. 

“Poi sono intervenuti i miei colleghi che mi hanno donato le loro ferie, così ho potuto prendermi cura di Erika. In quei momenti ho capito che pur di starle accanto avrei fatto qualsiasi cosa”. Già, si butta il cuore oltre l’ostacolo e si scopre di avere una forza quasi sconosciuta e sconfinata. Anche Erika l’ha capito. “Ci ripetiamo sempre una frase, ovvero che il cancro non è una sentenza, così viviamo ogni giorno come se fosse unico. Provateci se state attraversando anche voi questo momento. Come mi ha insegnato Milena, poi, bisogna tenere l’umore alto, scherzare, puntare sulle risate e sull’ironia. In fondo, sono certa che tra 4 anni ne saremo fuori e mi dichiareranno guarita”.

Tra 4 anni…Erika e Milena pensano sempre al futuro . Al sogno di una casa in Toscana, immersa nella natura, magari con le finestre da cui scrutare il mare. “Il tumore è stato come un fulmine a ciel sereno. Quello che arriva all’improvviso, colpisce proprio la finestra, rompe il vetro in mille pezzi e porta la tempesta. Ma si tratta solo di un momento. Poi torna sempre il sole”.


Roberto Buttori Koala Strategy

Roberto e l’ironia per ‘curare’ il cancro

5 Minuti8 Aprile 2022

Cancer Confidential

Tanta ironia, la musica giusta e gli affetti. Se dovesse scegliere i tre ‘indispensabili’ per un paziente oncologico, Roberto Botturi punterebbe su questi. Milanese, classe 1968, è informatico di professione, ma quando racconta cosa fa una volta spento il computer non finisce più: attore, autore di testi teatrali, batterista, insegnante di fotografia… E ora anche scrittore, visto che il suo romanzo Il paradiso è un posto con un Vermentino in frigo (Infinito edizioni) è appena arrivato in libreria. 

Tra le pagine, Roberto ripercorre quell’estate del 2016 in cui il mal di schiena non gli dava tregua. E poi, la diagnosi improvvisa: ha un linfoma non Hodgkin. “Mi ricordo che poco prima stavo leggendo un articolo di giornale che parlava di un mafioso e mi sono chiesto perché stesse accadendo a me e non al criminale di turno. Poi ho capito che è una domanda inutile e nei giorni successivi ho invece scoperto un’interessante teoria sull’umore che mi accompagnato nei mesi successivi. In pratica, quando riceviamo una notizia negativa piombiamo nel baratro, l’umore precipita a zero; poi grazie alla resilienza, alla capacità di sopportare le sfide della vita, torniamo all’ottimismo e allora ogni notizia buona ci fa ben sperare. Io, per esempio, ho poi saputo che il tumore era curabile. E in tutte le settimane successive, emozioni e umore hanno oscillato su e giù, come un’altalena, ma sono sempre riuscito a trovare un piccolo equilibrio”.

Ad aiutarlo a stare in piedi, due ingredienti fondamentali nella ricetta della vita: l’ironia e gli affetti. La prima, per Roberto, diventa uno sguardo diverso con cui osservare gli eventi perché anche le tragedie possono nascondere un pizzico di distacco e di sarcasmo, che spesso ti insegna a uscire dai momenti più critici. Poi ci sono la famiglia e gli amici. “Durante la malattia e le terapie ho avuto proprio bisogno di godermi i miei cari, è fondamentale coltivare le relazioni, anche se poi c’è chi ti tratta con pietà. Ogni reazione altrui è valida, sta poi a noi circondarci di persone che ti fanno stare bene”.

“Durante la malattia e le terapie ho avuto proprio bisogno di godermi i miei cari, è fondamentale coltivare le relazioni, anche se poi c'è chi ti tratta con pietà”

Roberto

Mentre racconta il via vai in ospedale tra cure ed esami, Roberto ricorda uno dei momenti peggiori, quello in cui ha dovuto sottoporsi alla biopsia osteomidollare, il doloroso prelievo di un campione di midollo osseo che serve. Poi si fa serio e aggiunge un altro tassello negativo. “Purtroppo devo ammettere che l’organizzazione di visite e test è faticosa: ancora oggi non trovo pace quando devo eseguire i controlli per colpa dei tempi biblici e della burocrazia che mette a dura prova i malati. All’inizio, per esempio, non riuscivo a prenotare una tac con urgenza e solo dopo lunghissime telefonate e un po’ di furbizia ho scoperto che bastava spostarsi dalla propria provincia di riferimento e andare a 15 minuti di macchina, ma per il call center della Regione non era fattibile… Insomma, sei spaesato, è difficile orientarsi in una jungla di paroloni e diagnosi, non sai a chi affidarti per avere lo specialista migliore. Nel 2022 è assurdo che ci siano ancora questi problemi: il percorso di cura dovrebbe essere più semplice e organizzato”.

Anche perché, dall’altra parte, il cancro incute sempre meno paura, grazie ai progressi della scienza. “Oggi tantissimi tumori sono curabili, le terapie sono davvero efficaci e ti permettono una buona qualità di vita anche durante i primi tempi, quindi consiglio sempre ai pazienti oncologici di fidarsi della medicina tradizionale e di non farsi abbindolare da guru o strade alternative. Per esempio, è perfetto il sito del World Cancer Research Fund International, con i suoi aggiornamenti e le pagine dedicate alla prevenzione, tutte scientificamente provate e universalmente riconosciute.E, infine, un ultimo suggerimento: non smettete mai di sognare. Io, per esempio, vorrei fare una traversata in barca a vela. Continuate a divertirvi, anche con le piccole cose quotidiane, e prendete in mano la vostra esistenza, concedendovi del tempo per voi stessi e per chi amate”.


Roberta, dai dolci al cancro, senza smettere di sognare

6 Minuti21 Marzo 2022

Cancer Confidential

Pasticcera per passione, ingegnera per professione e sognatrice per scelta. Si definisce proprio così Roberta Marino. Una cascata di capelli che le incornicia il viso, una voce allegra che ti spinge a chiacchierare, questa ragazza ha ‘solo’ 37 anni, ma sembra aver già vissuto tante vite. Nata in Sicilia, dopo la maturità si trasferisce a Milano perché vuole fare l’ingegnera da quando è piccola e lo ripete con il sorriso, sottolineando con orgoglio la declinazione al femminile di questa professione.

Si laurea al Politecnico di Milano e muove i primi passi nel suo settore. E quando è ormai convinta di aver trovato il suo posto nel mondo, arriva il destino, che le fa cambiare strada e impiego e la porta a Torino. “Qui ho ricominciato da capo e per conquistare i nuovi colleghi portavo torte e dolcetti in ufficio. Prepararli è sempre stata la mia passione fin da bambina”. Impasti e creme la portano quindi in un’altra dimensione, quella della tv. Roberta, infatti, partecipa a Bake off Italia, il famoso talent show in onda su Real Time. “È stata un’esperienza fantastica: l’unica preoccupazione era cucinare dolci! E quando l’avventura è finita, ho continuato a godermi apparizioni, show cooking e tanto divertimento”. 

Poi, in quella ‘quotidianità zuccherosa’ irrompe un tornado che sradica tutto. È l’estate del 2020 e Roberta si trova in vacanza al mare, quando accusa dei disturbi all’occhio destro. “La vista era annebbiata. In realtà, già nei mesi precedenti avevo sentito prurito ma avevo dato la colpa alla vita in smartworking e alle call continue davanti allo schermo”. Nel giro di pochi giorni, i problemi peggiorano e Roberta vede dei veri e propri lampi, così corre al Pronto Soccorso. “Mi ricordo ancora il viso cupo e lo sguardo serio dell’oculista che mi ha visitato e mi ha annunciato che avevo un enorme melanoma nell’occhio. Ho sempre controllato i nei perchè ho la carnagione molto chiara, ma ignoravo che questa patologia potesse colpire anche l’occhio”.

Roberta scopre presto che si tratta di una patologia molto rara, che di solito colpisce persone più adulte. E mentre stenta a crederci e si chiede perché stia accadendo proprio a lei, le sue condizioni peggiorano: il melanoma spinge sulla retina, che rischia di staccarsi. Così, scatta una corsa contro il tempo, tra esami e approfondimenti fatti in totale solitudine per colpa della pandemia. “Sono entrata all’improvviso nel mondo del cancro, sospesa tra angoscia, domande pesanti come macigni e il terrore che ci fossero già altre metastasi”.

Per fortuna, Roberta è ‘pulita’, un termine che sente per la prima volta. E per la prima volta ascolta anche altri termini difficili, quasi crudeli. I medici, infatti, le spiegano che ha due opzioni: togliere l’occhio o sottoporsi prima a un’operazione e poi fare la radioterapia. Roberta sceglie la seconda strada, anche se non ha garanzie. “Per certi versi è stato tutto veloce: in tre settimane mi hanno operata e ho finito le cure. Il dolore rimane e anche la paura, perché ogni 4 mesi devo entrare nel tunnel dei controlli. Ora mi sono abituata al mio occhio monello e al fatto di vedere a metà, quindi voglio godermi ogni istante al cento per cento”.

“Ho accettato il tumore perché ho capito che io non sono la mia malattia, faccio e sono tanto altro. E ho giurato che non avrei più permesso a nulla e a nessuno di rendermi infelice: ora non voglio più sprecare nemmeno un momento di gioia”

Roberta Marino

È quello che questa donna ha promesso a se stessa nei momenti più bui, quando la diagnosi e il dolore le sono piombati addosso senza un perché. “Ho accettato il tumore perché ho capito che non io sono la mia malattia, faccio e sono tanto altro. E ho giurato che non avrei più permesso a nulla e a nessuno di rendermi infelice: ora non voglio più sprecare nemmeno un momento di gioia. Ho un’esistenza piena, tanti hobby come la pole dance, gli amici e una famiglia meravigliosa”.

E visto che si dichiara una sognatrice, Roberta insegue un desiderio speciale: raccontare la sua storia il più possibile per aiutare i pazienti oncologici e regalare loro un messaggio di forza e speranza. “Mi sarebbe stato tanto utile sentire una voce positiva quando ero in ospedale, quindi voglio supportare chi sta passando questa prova. A loro consiglio di tirare fuori tutto il coraggio e di pensare che è solo un momento, una fase e poi pian piano si tornerà a stare bene. E abbiate sempre fiducia nella scienza: io continuo a sperare che magari un giorno riacquisterò la vista e ci saranno cure sempre più efficaci per ogni malato”.


ho un tumore cover

Ho un tumore

4 Minuti2 Febbraio 2022

Cancer Confidential


Un terremoto, uno tsunami. Una valanga che travolge tutto e tutti. Qualcosa che ferma il tempo e il respiro. Sono solo alcune delle parole che usano i pazienti per descrivere il momento della diagnosi di un cancro.

C’è chi scoppia a piangere a dirotto e chi, invece, non riesce a versare una lacrima per giorni. Alcuni rimangono immobili e poi sfoderano ottimismo, spesso per proteggere se stessi e i propri cari. Altri ancora, negano la realtà e nascondono gli esiti per fuggire da un dolore troppo forte. Le reazioni sono tante, quindi, tantissime. Elisa, la fondatrice del sito, le racconta così nel libro Koala Strategy:

Forse a troncarmi il respiro è l’espressione del dottore. Capisco subito che qualcosa non va: lui non mi guarda negli occhi, fatica a parlare.

«Non ho belle notizie», comincia così, e poi farfuglia una serie di termini tecnici che non capisco molto. Non pronuncia la parola tumore, usa neoplasia, quasi potesse fare meno male, tanto che sono io a chiedere se stiamo parlando di cancro. Lui annuisce e l’aria tiepida che entra dalla finestra diventa ghiaccio in un istante, come se tutto si fosse pietrificato.

Mia sorella scoppia a piangere, mentre io mantengo il controllo. Devo farlo, non posso crollare anche io. Il medico inquadra la situazione, preannuncia che servirà un intervento, ma che al giorno d’oggi questo tipo di operazioni sono la norma e la situazione potrebbe risolversi presto. Sembra che non voglia ingigantire la diagnosi, ma io non sono molto lucida. Riesco solo a spiegargli che a settembre dovrei partire per gli Stati Uniti e lui mi congeda con un lapidario «aspettiamo dopo l’intervento».

Il colloquio dura 10 minuti, al massimo 15, non riesco a chiedergli altro, forse devo metabolizzare io per prima la notizia. Mi aggrappo ai miei progetti per attaccarmi alla vita e cerco di sdrammatizzare. È più facile negare la realtà.

Usciamo dallo studio medico e ci avviamo verso l’uscita. Guardo le facce delle persone sedute in sala d’attesa. Non sento le loro voci. Vedo solo i loro volti. Qualcuno sorride, qualcun altro è impegnato con il cellulare. Mi trovo di nuovo nel mondo, ma sono ufficialmente una malata di cancro. E provo una sensazione che diventerà sempre più frequente: gli altri vanno avanti, continuano con le loro azioni di sempre mentre la mia esistenza si sta sgretolando e non ci posso fare proprio nulla. Il fidanzato di mia sorella ci aspetta fuori. Non servono discorsi troppo lunghi, bastano gli abbracci e le loro lacrime. Io non piango ancora e non lo farò a lungo. Agisco come un automa, eseguo ordini, i miei sentimenti paiono isolati, distaccati da me. Perché sono troppo sconvolgenti per esprimerli.

Devo avvisare mamma e papà. Al telefono minimizzo. Lo fanno anche loro. Ci proteggiamo a vicenda così. Ci costruiamo una piccola corazza. Chissà se basterà.

Lo sottolineano anche gli esperti: ogni atteggiamento è legittimo. Ma ti regaliamo comunque qualche piccolo mattone per costruire questo percorso:

1

concediti paura e debolezze e circondati subito delle “tue persone”, quelle che ti fanno star bene.

2

non farti intrappolare dalle previsioni di Dottor Google, ma affidati a medici competenti, a partire da quelli che ti hanno diagnosticato la malattia.

3

affronta ogni giornata come se fosse un piccolo passo, perché il cammino sarà lungo ma ogni percorso è fatto di tanti brevi tratti, uno dopo l’altro.