Alla scoperta del linfedema, uno degli effetti indesiderati del cancro

Alla scoperta del linfedema, uno degli effetti indesiderati del cancro

6 Minuti6 Marzo 2022

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Una malattia cronica e invalidante ancora poco conosciuta

Colpisce ogni anno 40.000 italiani, eppure pochissimi sanno di cosa si tratta. Il 6 marzo è il LymphAday, la giornata mondiale del Linfedema, quindi accendiamo i riflettori su una patologia ancora poco conosciuta, ma che spesso stravolge la quotidianità dei malati oncologici. Lo facciamo con Anna Maisetti, paziente e volto social di @Stile_Compresso, e con la Dottoressa Sara Mantovani, fisioterapista che fa parte del Progetto Linfedema Italia e coach di Koala Strategy.

Anna, il tuo percorso oncologico è cominciato con una macchia sulla pelle, giusto?
“Già, quello che all’inizio sembrava un banale neo ha stravolto la mia esistenza. Si trattava di una piccola protuberanza rosa, poi ha cambiato forma e colore e nel giro di un anno è diventato un tumore maligno. Mi hanno operata d’urgenza e hanno dovuto rimuovere anche i linfonodi”.

Quando, invece, è comparso il linfedema?
“Purtroppo pochi giorni dopo l’intervento sono arrivati i sintomi alla gamba. Per me è stato uno shock perché all’improvviso ho capito che avrei dovuto condividere con un disturbo che mi avrebbe accompagnata per sempre”.

Dottoressa Mantovani, spieghiamo bene questa patologia
“Si tratta di una malattia cronica e invalidante, ovvero che dura per sempre e che può condizionare la vita del paziente. Abbiamo due tipi di linfedema: il primario, causato da un difetto del sistema linfatico; e il secondario, in cui i problemi del sistema linfatico sono provocati da altro, come nel caso di Anna, in cui il tumore ha determinato la rimozione dei linfonodi. In tutti e due i casi, abbiamo un gonfiore gonfiore di un arto o di una zona del corpo. Il più conosciuto è quello al braccio, che colpisce le donne operate di un carcinoma al seno, ma in realtà il problema può coinvolgere anche gli arti inferiori, il viso o persino i genitali”.

“All’inizio è stato molto difficile, ho vissuto a lungo isolata ed avevo tanta difficoltà a capire come gestire questa patologia, a trovare per esempio le compressioni giuste”

Anna Maisetti

@Stile_Compresso

Dottoressa, come si tratta il linfedema?
“Si usa quella che gli esperti chiamano terapia decongestiva complessa o combinata. In pratica, si mettono in campo più trattamenti: i bendaggi, la cura della cute, l’esercizio fisico della zona con bendaggio e il linfodrenaggio. E non dimentichiamo l’educazione: visto che è un problema cronico, bisogna insegnare al paziente a prendersene cura ogni giorno”.

Anna, com’è la tua vita oggi? Sul tuo canale Instagram parli molto della malattia e hai anche scritto un libro
“All’inizio è stato molto difficile, ho vissuto a lungo isolata ed avevo tanta difficoltà a capire come gestire questa patologia, a trovare per esempio le compressioni giuste. Quello con la Dottoressa Mantovani si è rivelato un incontro chiave. Da quel momento ho iniziato a condividere la mia storia con altri pazienti e professionisti, per scambiarci consigli e sostenerci. A me, per esempio, aiuta giocare con i colori di bende e calze, penso all’estetica per riuscire a mostrarmi e a non provare più vergogna. La condivisione con gli altri malati, sui social e con il libro, è davvero preziosa: mi dona forza e spero di darne anche io a loro”.

Cosa non può mancare nella quotidianità di chi soffre di linfedema?
Anna Maisetti: “Il supporto di famiglia, amici e persone che vivono lo stesso percorso per non isolarsi nel proprio dolore. Poi le informazioni giuste e tanta costanza per seguire al meglio il percorso terapeutico”.

Dottoressa Mantovani: “Anche io punto sul supporto: l’aiuto di équipe specializzate che seguono il paziente non solo sul fronte della cura, ma anche ascoltandolo nei momenti difficili”.

“la ricerca ci dice che i trattamenti devono essere sempre su misura, personalizzati e diversi per ogni singolo paziente”

Sara Mantovani

Fisioterapista

Dottoressa, in che direzione sta andando la ricerca? Ci sarà una cura contro questa patologia?
“Ce lo auguriamo! Per quando riguarda il linfedema primario, la scienza sta indagando sulle cause della patologia e sui geni coinvolti. Per il linfedema secondario, invece, la chiave di volta sono gli interventi oncologici: se queste operazioni saranno sempre meno ‘invasive’ per il sistema linfatico, sarà un successo. Già oggi, comunque, la ricerca ci dice che i trattamenti devono essere sempre su misura, personalizzati e diversi per ogni singolo paziente”.

Anna, a chi ne soffre, invece, che messaggio possiamo mandare?
“Non arrendetevi mai, non smettete di cercare soluzioni e strade utili. Anche nelle difficoltà possono nascere nuove, inaspettate, opportunità”.


Tutto quello che c’è da sapere su Papilloma Virus e cancro cover

Tutto quello che c’è da sapere su Papilloma Virus e cancro

5 Minuti4 Marzo 2022

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Il virus responsabile di più di due terzi dei tumori al collo dell’utero

Segni particolari: silenzioso (purtroppo) e pericoloso. Sono queste le caratteristiche del papilloma e il 4 marzo, giornata internazionale contro questo virus, noi cerchiamo di capirne di più. Perché dell’HPV, così si abbrevia, non se ne parla mai abbastanza, eppure è il responsabile di più di due terzi dei tumori al collo dell’utero. Così, siamo andati a bussare virtualmente alla porta di un’esperta, la dottoressa Roberta Corti.

Biologa specializzata in Ginecologia, ha fondato Maledetto HPV, un progetto di informazione e sensibilizzazione. “Diversi anni fa, ho scoperto di avere una lesione al collo dell’utero, causata appunto dal virus, e ho lottato a lungo tra dubbi e paura di ammalarmi di cancro” racconta. “All’epoca studiavo biologia, mi sono specializzata in queste tematiche e ho iniziato a collaborare con i ginecologi per aiutarli tra test e diagnosi. Poi ho capito che il virus non fa male solo al corpo, ma anche alla mente e al cuore, perché ha un forte impatto sul benessere psicologico e ho lanciato un canale Youtube e un profilo social per abbattere i tabù”. Ed è quello che proviamo a fare anche qui.

“Il virus va e viene e se stiamo bene il nostro sistema immunitario lo elimina senza problemi. Quando, però, attraversiamo periodi di stress o l’organismo non è in forma, l’HPV rimane sui genitali e a lungo andare può portare a delle lesioni al collo dell’utero”

Roberta Corti

Biologa e fondatrice di Maledetto HPV

Un virus comune Il papilloma ‘vive’ sui genitali umani, femminili e maschili, si trasmette attraverso i rapporti sessuali ed è molto più diffuso di quanto crediamo. Infatti, si calcola che quasi l’80% delle donne abbia avuto un’infezione da HPV almeno una volta nella vita. “Il virus va e viene e se stiamo bene il nostro sistema immunitario lo elimina senza problemi. Quando, però, attraversiamo periodi di stress o l’organismo non è in forma, l’HPV rimane sui genitali e a lungo andare può portare a delle lesioni al collo dell’utero”.

Può causare il cancro Proprio queste lesioni al collo dell’utero, infatti, sono responsabili della maggior parte dei tumori nella zona. Ma questa, in realtà, non è una cattiva notizia. “È l’unica neoplasia provocata da un virus, quindi se preveniamo l’infezione non arriveremo mai ad ammalarci. Come si fa? Con controlli regolari dal ginecologo per monitorare la nostra salute e l’eventuale presenza dell’HPV”.

Niente sintomi e niente cura Il papilloma, purtroppo, è un virus silenzioso, subdolo, perché non dà sintomi: non si avverte prurito, non si hanno perdite, come per altri disturbi ginecologici, e quando avvertiamo problemi può essere troppo tardi. “Non esiste nemmeno una cura, come un antivirale o un antibiotico, ma bisogna lavorare per rafforzare il sistema immunitario e renderlo capace di sconfiggere il virus. Se, invece, l’HPV persiste e provoca lesioni, il ginecologo le deve rimuovere subito con un piccolo intervento prima che degenerino in un tumore”.

Ma c’è il vaccino Da qualche anno, la medicina ci ha dato un’arma in più, la profilassi. I ceppi di HPV ad alto rischio, ovvero responsabili del tumore, sono una quindicina. E oggi abbiamo un vaccino che protegge contro 9 ceppi tra i più pericolosi. “Si chiama Gardasil 9, è raccomandato dal Piano nazionale di protezione vaccinale e si può fare già dai 9 anni. Fino ai 14 anni le dosi previste sono due, mentre sopra i 15 ne servono tre. L’ideale è farlo verso gli 11 anni proprio perché l’efficacia è più alta se l’organismo non è ancora entrato in contatto con il virus, quindi se non si ha ancora una vita sessuale”.

Sia per lei che per lui E non sono soltanto le ragazzine a dover fare il vaccino, ma anche i maschi, perché vaccinando a tappeto si blocca la trasmissione del virus. “Non ci sono nemmeno limiti di età. Anzi. Gli studi dimostrano che se una donna ha avuto il papilloma e ha dovuto trattare chirurgicamente una lesione, la profilassi riduce del 60% il rischio che questa si riformi”.

Prevenzione sempre Le visite ginecologiche rimangono la strada migliore per tenere lontano il rischio di ammalarsi di HPV e, quindi, di sviluppare una neoplasia. “Insieme alla prevenzione, poi, attenzione massima al sistema immunitario che difende l’organismo. Per rinforzarlo, abbiamo 4 strumenti: alimentazione naturale, attività fisica costante, zero fumo e buona gestione dello stress”.