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Ho un tumore

4 Minuti2 Febbraio 2022

AI TUOI FIGLI


Un terremoto, uno tsunami. Una valanga che travolge tutto e tutti. Qualcosa che ferma il tempo e il respiro. Sono solo alcune delle parole che usano i pazienti per descrivere il momento della diagnosi di un cancro.

C’è chi scoppia a piangere a dirotto e chi, invece, non riesce a versare una lacrima per giorni. Alcuni rimangono immobili e poi sfoderano ottimismo, spesso per proteggere se stessi e i propri cari. Altri ancora, negano la realtà e nascondono gli esiti per fuggire da un dolore troppo forte. Le reazioni sono tante, quindi, tantissime. Elisa, la fondatrice del sito, le racconta così nel libro Koala Strategy:

Forse a troncarmi il respiro è l’espressione del dottore. Capisco subito che qualcosa non va: lui non mi guarda negli occhi, fatica a parlare.

«Non ho belle notizie», comincia così, e poi farfuglia una serie di termini tecnici che non capisco molto. Non pronuncia la parola tumore, usa neoplasia, quasi potesse fare meno male, tanto che sono io a chiedere se stiamo parlando di cancro. Lui annuisce e l’aria tiepida che entra dalla finestra diventa ghiaccio in un istante, come se tutto si fosse pietrificato.

Mia sorella scoppia a piangere, mentre io mantengo il controllo. Devo farlo, non posso crollare anche io. Il medico inquadra la situazione, preannuncia che servirà un intervento, ma che al giorno d’oggi questo tipo di operazioni sono la norma e la situazione potrebbe risolversi presto. Sembra che non voglia ingigantire la diagnosi, ma io non sono molto lucida. Riesco solo a spiegargli che a settembre dovrei partire per gli Stati Uniti e lui mi congeda con un lapidario «aspettiamo dopo l’intervento».

Il colloquio dura 10 minuti, al massimo 15, non riesco a chiedergli altro, forse devo metabolizzare io per prima la notizia. Mi aggrappo ai miei progetti per attaccarmi alla vita e cerco di sdrammatizzare. È più facile negare la realtà.

Usciamo dallo studio medico e ci avviamo verso l’uscita. Guardo le facce delle persone sedute in sala d’attesa. Non sento le loro voci. Vedo solo i loro volti. Qualcuno sorride, qualcun altro è impegnato con il cellulare. Mi trovo di nuovo nel mondo, ma sono ufficialmente una malata di cancro. E provo una sensazione che diventerà sempre più frequente: gli altri vanno avanti, continuano con le loro azioni di sempre mentre la mia esistenza si sta sgretolando e non ci posso fare proprio nulla. Il fidanzato di mia sorella ci aspetta fuori. Non servono discorsi troppo lunghi, bastano gli abbracci e le loro lacrime. Io non piango ancora e non lo farò a lungo. Agisco come un automa, eseguo ordini, i miei sentimenti paiono isolati, distaccati da me. Perché sono troppo sconvolgenti per esprimerli.

Devo avvisare mamma e papà. Al telefono minimizzo. Lo fanno anche loro. Ci proteggiamo a vicenda così. Ci costruiamo una piccola corazza. Chissà se basterà.

Lo sottolineano anche gli esperti: ogni atteggiamento è legittimo. Ma ti regaliamo comunque qualche piccolo mattone per costruire questo percorso:

1

concediti paura e debolezze e circondati subito delle “tue persone”, quelle che ti fanno star bene.

2

non farti intrappolare dalle previsioni di Dottor Google, ma affidati a medici competenti, a partire da quelli che ti hanno diagnosticato la malattia.

3

affronta ogni giornata come se fosse un piccolo passo, perché il cammino sarà lungo ma ogni percorso è fatto di tanti brevi tratti, uno dopo l’altro.


como dirlo ai figli - cancro

I tuoi figli

3 Minuti2 Febbraio 2022

Come dirlo a...

AI TUOI FIGLI


Essere al loro fianco e dargli il meglio. Ecco quello che hai sempre cercato di fare come genitore. E ora la malattia sembra quasi strapparti dal tuo ruolo. La diagnosi di un cancro rende tutti più vulnerabili. Tu, che vorresti proteggerli, ti senti debole e in pericolo… Eppure non puoi nascondere quello che ti sta succedendo perché farebbe crollare la fiducia tra voi. Addirittura, secondo gli esperti di psico oncologia, vedere mamma o papà malati e non avere una spiegazione da parte loro farebbe scattare nei bambini paura e anche un forte senso di colpa, come se fossero responsabili della situazione. Allora, fai un bel respiro e affronta anche questo compito. Qui, ti regaliamo un piccolo aiuto.

1

La notizia di essere affetti da un tumore è da dare tutti insieme, con i componenti della famiglia riuniti e in un ambiente caldo e protetto, come il soggiorno che ha accolto tante giornate serene. Parlate a turno, tu e il tuo compagno/a, come una piccola orchestra che suona all’unisono.

2

Anche in questo caso, non esiste il discorso perfetto, ma quello giusto per voi. Prova a ragionare, con il partner, su qualche frase utile, poi le parole usciranno spontanee al momento.

3

Niente lacrime. Può sembrare un’impresa impossibile, ma devi sforzarti di trasmettere un pizzico di fiducia. Quindi, ricorri a tutti gli stratagemmi possibili e non cedere al pianto o alla disperazione. E guarda sempre negli occhi i tuoi figli per accogliere ogni loro emozione.

4

Non è il momento di fare promesse o di azzardare tempistiche, anche se potrebbero rincuorare i piccoli di casa. Assicurare la tua guarigione creerebbe false speranze, che li farebbero poi stare peggio. Sottolinea che farai di tutto per stare bene e che sarai lì pronta/o per parlarne con loro, ogni volta che avranno dubbi e domande.

5

Le parole sono una risorsa preziosa ed è giusto differenziare il linguaggio per età. Con i bimbi più piccoli, punta su frasi semplici: può bastare dire che si è malati e spiegare quindi come ci si curerà, sottolineando il ruolo dei medici che assomigliano un po’ ai ‘supereroi della salute’. Via libera a un disegno, a un libro sul tema da leggere insieme o una favola da inventare per rivivere il momento e metabolizzarlo.

6

Con i ragazzi più grandi, invece, si può osare qualche dettaglio in più spiegando la patologia e la cura. Se gli specialisti che ti seguono sono empatici e disponibili, perché non proponi ai tuoi figli una breve chiacchierata con loro?

7

Informa sempre la scuola e gli insegnanti, così monitorerete insieme lo stato d’animo dei cuccioli di casa. E chiedi aiuto, senza timore: ai prof, a uno psicologo, a un educatore…