Serena tumore cervice

Serena e il tumore alla cervice

8 Minuti24 Gennaio 2023

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Gennaio è il mese della prevenzione per il cancro alla cervice e noi ti regaliamo la storia di una donna davvero speciale

“Ho scoperto il tumore al collo dell’utero con la prevenzione”. Durante la nostra chiacchierata, Serena Pinelli ripete più volte questa frase perché quel cancro trovato quasi per caso, facendo un normalissimo controllo, la spinge ogni giorno a sensibilizzare quante più persone sull’importanza di visite ed esami.

Così, in questo mese di gennaio tutto dedicato proprio alla prevenzione del tumore al collo dell’utero, la nostra rubrica Cancer Confidential è dedicata alla vicenda di questa 43enne. Stai vivendo anche tu un percorso simile? Allora leggi questo articolo fino in fondo e lasciati ispirare dalla forza della condivisione.

Il tumore al collo dell'utero si scopre con un test

“La mia storia è iniziata per caso” ricorda Serena. 43 anni, vive a Lucca e si divide tra i mille impegni di tutti i giorni, nel classico vortice tra lavoro e famiglia. Ma nel febbraio del 2021 tutto cambia. Lei è in salute, in perfetta forma e riceve l’invito dal sistema sanitario nazionale a eseguire lo screening per il tumore alla cervice con il test dell’Hpv, il papilloma virus che può essere responsabile di questa patologia. “Ho sempre fatto Pap test e visita dal ginecologo ogni anno. Poi, complice il Covid, ho saltato questo appuntamento. Ma non avevo sintomi, stavo bene quindi sono andata a fare l’esame tranquilla, aspettando di ricevere la solita lettera con il referto negativo”.

Invece, un destino beffardo cambia le carte in tavola e Serena viene chiamata di nuovo per sottoporsi a una colposcopia, l’esame approfondito degli organi genitali. “Non sapevo neanche bene di che cosa si trattasse. Ma ho capito subito che qualcosa non andava. Il medico, con tono accusatorio, mi ha chiesto da quanto non facessi un Pap test e mi ha avvisato che avrebbe fatto anche un prelievo per una biopsia”.

Serena dovrebbe ritirare l’esito il 7 maggio, ma il 29 aprile riceve una telefonata urgente: deve recarsi in ospedale la mattina successiva. Purtroppo le restrizioni legate al Covid sono ancora in vigore e così si trova a ricevere da sola la notizia più devastante della sua vita. “Ricordo la dottoressa che ha sussurrato la frase ‘mi dispiace, è positivo’. Io non sono riuscita a dire nulla, tanto che lei mi ha scritto il suo numero di telefono su un foglietto, consigliandomi di richiamarla. Ero così confusa…”.

“Non mi stancherò mai di sensibilizzare  sull'argomento. Quando ho scoperto il tumore, amiche e colleghe sono andate a fare visita e test per l'Hpv, ma mi hanno confessato che non sempre lo eseguivano. C'è una specie di tabù per questi controlli, soprattutto dopo la gravidanza. Invece salvano la vita e io ne sono la prova. Infatti, ho un sogno: fare qualcosa che possa aiutare le persone che stanno facendo il mio stesso percorso”

Un lungo percorso operatorio

Nei giorni successivi, Serena viene catapultata in un vortice di esami e visite. Il primo passo da compiere è la conizzazione, l’intervento che rimuove le lesioni sul collo dell’utero. Poi è la volta dell’esame istologico, che non lascia dubbi: si tratta di un adenocarcinoma aggressivo al collo dell’utero e l’unica soluzione è l’isterectomia radicale, ovvero l’asportazione di utero, tube, collo dell’utero e parte superiore della vagina. In sala operatoria, vengono anche rimossi 37 linfonodi.

“Sono stata fortunata perché il tumore era piccolo come dimensioni e non ho avuto bisogno di radioterapia o chemio. I medici mi hanno ripetuto che quel benedetto esame per l’Hpv mi ha salvato la vita perché non avevo sintomi e se mi fosse accorta della malattia un anno dopo, forse non sarei qui”.

Oggi Serena si sottopone ai controlli di follow up ogni sei mesi e prova a convivere con la malattia. “L’asportazione dei linfonodi mi ha causato un edema alla gamba e al basso ventre. Ho anche dei disturbi alla vescica che sto ancora curando. Infatti, i momenti peggiori per me sono stati dopo l’intervento: credevo che fuori dall’ospedale fosse tutto finito, invece ho realizzato davvero e per la prima volta che nulla sarebbe stato più come prima. Sono cambiata, nel fisico perché non potrò più avere figli, e nella mente. Per gli altri sono guarita, ma dentro vivo ancora un terremoto con tantissime scosse d’assestamento. Il cancro ti cambia per sempre”.

Dopo il tumore? Supporto psicologico e condivisione

I momenti bui, pian piano, lasciano spazio a qualche raggio di luce, che sembra debole ma scalda il cuore come non mai. “Già, la malattia mi sta regalando anche qualcosa di positivo. Tempo fa un medico mi ha fatto notare che in questi casi impari a prenderti cura di te stessa, a volerti bene. Verissimo: il mio benessere è diventato una priorità, cerco di fare quello che mi piace e mi fa stare bene, nel corpo e nella mente”.

Serena fa un respiro profondo. Parlare del tumore costa ancora fatica e le emozioni sono così forti da spezzare il fiato. Ecco perché si sente di dare un consiglio preciso ai pazienti oncologici: “Vivete ogni sentimento come viene e non abbiate paura di chiedere un sostegno psicologico. Non è un segno di debolezza, anzi si tratta di un gesto d’amore verso se stessi e verso le persone che ci stanno vicine”. Il supporto è fondamentale: noi di Koala Strategy lo sappiamo bene e infatti abbiamo appena lanciato un servizio di counseling con il Centro Berne.

La condivisione è vita, ripete Serena. E condivisione fa rima anche con prevenzione, la ‘missione’ che fa da traino alle sue giornate. “Non mi stancherò mai di sensibilizzare ragazze e signore sull’argomento. Quando ho scoperto il tumore, amiche e colleghe sono andate a fare visita e test per l’Hpv, ma mi hanno confessato che non sempre lo eseguivano. C’è una specie di tabù per questi controlli, soprattutto dopo la gravidanza. Invece salvano la vita e io ne sono la prova”.

“Infatti, ho un sogno: fare qualcosa che possa aiutare le persone che stanno facendo il mio stesso percorso. In questi mesi ne ho parlato molto sul mio profilo Ig, ho stretto rapporti forti con tante donne e vorrei proprio costruire qualcosa di concreto. Così dalla mia malattia potrebbe nascere qualcosa di buono”.