Marina che corre la maratona dopo un tumore al seno

Marina, che corre la maratona dopo un tumore al seno

11 Minuti31 Ottobre 2022

tumore seno


Oggi è Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi e non smette di sognare

L’immagine di Marina De Bonis, operata due volte per un tumore al seno, che stringe orgogliosa la medaglia appena conquistata alla maratona di Londra e che puoi vedere nella nostra video intervista, è qualcosa di così forte che diventa difficile descriverla a parole. Perché questa donna, 44 anni, modellista di professione e Pink Ambassador di Fondazione Umberto Veronesi per passione, ha affrontato un carcinoma, una recidiva e tante, troppe, complicazioni. Eppure, corre la maratona dopo un tumore al seno. E oggi, ultimo giorno di Ottobre Rosa, vogliamo ‘regalarti’ proprio la sua testimonianza unica.

Dolore e paura sono stati per anni compagni di viaggio di Marina. Chiunque si chiuderebbe dietro il silenzio, ma lei sceglie di rivivere questi ricordi per dare un esempio a chi sta provando gli stessi sentimenti. “Voglio dimostrare che farcela è possibile e, anzi, si può ricominciare anche meglio di prima. La mia storia è iniziata nel 2009: avevo 31 anni e stavo vivendo un periodo magnifico, visto che era appena nata mia figlia. Mentre la allattavo ho sentito dei noduli e all’inizio ho pensato che fosse proprio l’allattamento a cambiare il seno. Infatti, alcuni di questi si sono riassorbiti mentre uno è rimasto”.

Il medico le prescrive un’ecografia e Marina va all’appuntamento a cuor leggero: è giovane, sana, si tiene in forma con lo sport… Perché dovrebbe avere pensieri negativi? Invece, purtroppo, l’espressione preoccupata dell’ecografista la colpisce come un pugno in pieno volto e la mammografia e l’ago aspirato confermano la presenza di un nodulo maligno. “Il primo pensiero è andato a mia figlia, ai sogni che avevo e che forse non avrei più realizzato. Poi ho trovato la forza per reagire, un passo alla volta. Non ho mai temuto di non farcela, non pensavo alla morte, ma alle conseguenze della malattia”.

Marina entra in sala operatoria a fine agosto 2009 per una quadrantectomia. Ma poi l’esame istologico evidenzia delle calcificazioni e, quindi, ritorna in ospedale per la mastectomia. I medici scelgono di farle anche la ricostruzione del seno in contemporanea, ma l’intervento non va a buon fine. E a dicembre deve essere ricoverata d’urgenza: la cicatrice dell’intervento è in necrosi e la protesi va tolta. “Ero arrabbiata e delusa: le complicazioni accadono nel 10% dei casi, ma faticavo ad accettarle. Eppure, in quel momento è cambiato qualcosa. Ero ricoverata in un ospedale universitario e un medico mi chiese se potevano visitarmi anche dei giovani dottori per valutare il mio caso. All’inizio mi sono sentita violata, poi ho capito che tra quei giovani poteva esserci il luminare che un domani avrebbe saputo evitare quelle complicazioni, e ho accettato. Per la prima volta ho compreso che la mia esperienza poteva essere utile a qualcuno”.

Marina De Bonis - cancer confidential

Con questa convinzione nel cuore, Marina affronta il suo percorso: la terapia ormonale che la porta in menopausa, e le ruba il sogno di un’altra maternità, il seno mutilato e la ricerca difficile di una diversa intimità con il marito, e poi la chemioterapia, quella tradizionale, che annulla le forze e le fa perdere i capelli. “Mi ricordo la prima seduta: mi sono chiusa in bagno terrorizzata. Poi ce l’ho fatta e alla fine ho sentito che potevo rinascere. Così ho terminato anche la cura con gli anticorpi monoclonali e ho deciso che avrei sistemato il mio seno”. Anche stavolta la strada è in salita: Marina deve sottoporsi a diversi interventi che prendono il grasso dal suo corpo e lo trapiantano nella zona operata. Altre sfide la mettono alla prova: tanti ricoveri, una nuova protesi, cicatrici e dolori che intaccano l’identità, il suo essere donna.

Ma anche in questo tsunami, Marina sente la voglia di ricominciare. E il destino mette sulla sua strada qualcosa che la cambierà per sempre: tramite un’amica scopre che la Fondazione Umberto Veronesi cerca donne operate al seno che vogliano allenarsi e poi correre la maratona di New York. Lei dice sì e si accende di felicità. Conosce l’oncologo Umberto Veronesi, che illustra il progetto: lei e altre donne saranno Pink Ambassador, testimonieranno la possibilità di farcela e l’importanza dell’attività fisica, come recita la maglietta rosa che indossano con orgoglio e su cui campeggia la frase “Niente ferma il rosa, niente ferma le donne”.

Marina e le compagne si allenano per mesi e sbarcano a New York. E’ un sogno che si trasforma in realtà. Qualcosa che, dal letto di ospedale, non avrebbe immaginato nemmeno la persona più ottimista, eppure questa donna macina i 42 chilometri e a ogni passo si butta alle spalle gli istanti peggiori della malattia. Quando taglia il traguardo capisce che tutto è possibile e ora vuole urlarlo al mondo. Così torna a casa più forte, diversa, riprende la sua quotidianità e non si perde mai le attività della Fondazione.

“Quando ricevi una diagnosi la tua esistenza cambia per sempre, ma credo che sia sempre meglio provare a considerarla come un'opportunità per cambiare in meglio. Io ho cambiato lavoro e ho scelto di diventare ambasciatrice di Fondazione Veronesi. Ognuna ha il suo progetto, la sua sfida, il desiderio da realizzare: l'importante è valorizzare il presente impreziosendolo di cose nuove e di energie positive”.

Ma un nuove scossone squarcia il velo di serenità che si era faticosamente costruita. Alla fine del 2015 un controllo evidenzia un nuovo nodulo, una recidiva allo stesso seno. Il copione si ripete e stavolta è ancora più duro: bisogna asportare il nodulo, la vecchia protesi e 42 linfonodi, di cui 5 già in metastasi. “Mi sentivo comunque meno spaventata, ero più consapevole del percorso ed ero meno sola, visto che intanto erano nate associazioni e progetti. Le mie amiche Pink Ambassador, per esempio, sono state al mio fianco, non mi sono mai sentita sola. Sono stata operata a marzo e il 2 aprile si teneva la Milano Marathon, che loro avrebbe corso per raccogliere fondi. Mi sono presentata anche io, per andare a trovarle e quando le ho viste con lo striscione dedicato a me, ho cominciato a camminare con loro. E poi ho corso. Già, ho sentito di volerlo fare e sono arrivata alla fine. Qualche giorno dopo, al primo controllo dopo l’operazione, la dottoressa mi ha dato della pazza, ma ha trovato il braccio perfettamente guarito, senza gonfiore e senza il siero che di solito si forma dopo l’asportazione dei linfonodi”.

La corsa regala a Marina l’autostima fondamentale in quel momento perché capisce che, così come ha tagliato il traguardo della maratona, può tagliarne tanti altri. Con questa grinta, sopporta anche la malattia (un liposarcoma) del fratello Dino e organizza con lui un ultimo viaggio ad Amsterdam per correre insieme la maratona. La loro foto è la metafora perfetta dell’amore e della grinta. “Lui non ce l’ha fatta, lo sto ancora metabolizzando, ma in suo onore ho ripreso in mano un altro sogno: la maratona di Londra. E’ stato durissimo allenarsi, tra il Covid e l’estate più calda del secolo, ma ci sono riuscita e lo scorso 2 ottobre ho coronato l’obiettivo di finire la gara in 5 ore. Ora sono lanciatissima e ho un nuovo progetto: partecipare alle sei corse più importanti. Ho fatto New York e Londra e parteciperò a quelle di Berlino, Chicago, Boston e Tokyo”.

Guarda avanti Marina, costruisce il futuro e dipinge sogni. Sa bene che non bisogna sentirsi invincibili a tutti i costi e che gli imprevisti sono dietro l’angolo, ma prova a rialzarsi ogni volta che cade. “Quando ricevi una diagnosi di cancro la tua esistenza cambia per sempre, ma credo che sia sempre meglio provare a considerarla come un’opportunità per cambiare in meglio. Io ho cambiato lavoro e ho scelto di diventare ambasciatrice di Fondazione Veronesi. Ognuna ha il suo progetto, la sua sfida, il desiderio da realizzare: l’importante è valorizzare il presente impreziosendolo di cose nuove e di energie positive”.

Marina ci dice queste parole con gli occhi che si illuminano. Stringe la medaglia conquistata a Londra e ci spiega che, quando riuscirà a partecipare a tutte le 6 gare, ne riceverà una speciale. Koala Strategy fa il tifo per lei, e per tutte le donne come lei. Aspettiamo le foto delle vostre piccole, grandi, conquiste…


Michelle, il cancro ha portato una nuova me

Michelle, il cancro ha portato una nuova me

7 Minuti14 Luglio 2022

tumore seno


Le confessioni di una dolcissima donna alle prese con un tumore al seno

Quando parli con Michelle Sottile, ti senti avvolta da un calmo abbraccio perché questa donna emana subito dolcezza e tranquillità. Gli occhi sono puri e lo sguardo sembra quasi trasparente anche se puoi percepire l’oscurità che ha tormentato la sua anima. E in fondo la segna ancora. “Il cancro ha portato una nuova me” ci confessa. Così questa donna classe 1984, moglie e mamma di due bambine, ci apre il cuore con gioia perché sa che condividere significa sentirsi meglio e aiutare gli altri.

Durante l'allattamento della figlia, la diagnosi di tumore al seno

La sua storia prende il via a marzo 2020. Siamo in pieno lockdown, lei sta allattando la seconda figlia e si accorge di una piccola pallina al seno destro. Monitora la situazione e a giugno l’ecografia la tranquillizza. “Si trattava di un fibroadenoma benigno, da controllare dopo sei mesi. Addirittura, a un certo punto sembrava sparito e al tatto non sentivo più nulla. Ma poi ho avvertito un nodulo vero e proprio e una dottoressa, da cui sono andata per un altro controllo, mi ha suggerito di indagare più a fondo”.

Così, il 13 aprile 2021 Michelle si sottopone alla visita più difficile. La biopsia evidenzia un tumore al seno e segna l’inizio di un tunnel che questa donna sta ancora percorrendo. “Sembrava un carcinoma in situ, ossia all’inizio, da rimuovere con un’operazione e sono anche riuscita a essere ironica perché ho pensato che almeno mi sarei rifatta il seno. Ma l’esame istologico ha poi rivelato che c’era un altro tumore e che sarebbero servite la chemioterapia e i farmaci monoclonali”.

Michelle Sottile Cancer Confidential

La paura di non avere più una vita normale

Quei momenti sono scolpiti nel cuore di questa donna. “Ricordo proprio l’istante in cui io e mio marito siamo usciti di casa e ci siamo messi in auto per ritirare il referto dell’istologico: c’era un silenzio incredibile, come se sapessimo già il responso, e quando il medico ci ha spiegato la situazione mi sono chiesta subito se sarei stata in grado di prendermi cura delle mie figlie e di avere una vita normale”. Michelle ha provato a puntare sull’ottimismo, ma poi è entrata in un vortice in cui ha perso il contatto con la realtà. “L’ignoto mi spaventa: mi domando come andranno le cure e se la malattia tornerà. La chemio mi ha fatto stare davvero male ma ero concentrata sulla tabella di marcia della terapia e ora, invece, sono in una fase di mantenimento in cui mi sento meno protetta”.

Il cancro e il contatto con le emozioni

Sentirsi ‘scoperta’, però, non è per forza negativo. Anzi. “Mi sono permessa di stare male, di entrare in un buco nero. All’inizio percepivo troppo rumore e invece volevo il silenzio e apprezzavo quasi la solitudine forzata dalla pandemia che mi ha costretto ad affrontare tante visite e cure da sola. Così sono entrata in contatto con le mie emozioni, soprattutto con la rabbia. Tuttora sono molto arrabbiata perché sono succube di questa situazione, devo accettare tutto. Ma attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

“Attraversare dolore e sensazioni negative mi permette poi di ritrovare energie, di essere più calma e, soprattutto, di concentrarmi su me stessa. Ecco, il cancro mi ha ricordato che devo sempre ritagliarmi momenti per me e non scordare le mie priorità”.

Il tumore, le sue bambine e...lo yoga

Il viso di Michelle si rabbuia. Ma è solo un attimo e il sorriso torna quando parla delle sue piccole. Ha scelto di essere trasparente anche con loro, senza mai nascondere la malattia, e introiettando i loro insegnamenti. “I bambini ti insegnano a vivere il presente e a capire che tutto passa, ti costringono a non pensare troppo e a lasciarti andare alla lentezza.

In famiglia abbiamo continuato a essere ironici e scherzosi come sempre e io ho voluto mostrarmi con autenticità anche nelle fasi peggiori, come quando la chemio ha fatto cadere i miei capelli. Ho preferito rimanere me stessa e raccontarmi su Instagram per prendere consapevolezza del percorso e aiutare un po’ chi stava vivendo la stessa esperienza. Gli altri? All’inizio detestavo quando mi chiedevano ogni giorno come stavo, poi ho imparato a spiegare i miei bisogni. E su questo fronte l’affetto vince sempre”.

Insieme agli abbracci, Michelle ha superato gli ostacoli con la meditazione, lo yoga, gli oli essenziali e tante letture che hanno dato un significato a questa sfida. E ora prova ad aprirsi al futuro e a nuovi sogni. “Ho sempre lavorato nel settore commerciale delle multinazionali, ma da tempo provavo un po’ di insoddisfazione, mi mancava qualcosa. Così l’anno scorso, all’inizio delle terapie, mi sono licenziata e ho lasciato un posto molto ambito perché vorrei fare qualcosa di più utile. Mi sto prendendo del tempo, sento delle buone energie e non vedo l’ora di scrivere una nuova pagina della mia vita”.


Pink Amazons copertina

Ecco le Pink Amazons, le donne che affrontano il cancro a colpi di pagaia

5 Minuti8 Marzo 2022

tumore seno


Storia, appuntamenti e progetti dell’associazione nata nel 2013

Sai che esiste un drago che fa bene a chi ha avuto il cancro e che ogni settimana solca le acque dell’Idroscalo, il lago artificiale alle porte di Milano? Non si tratta di una magia, ma della creatura mitologica che impreziosisce le barche delle Pink Amazons, un’associazione di donne operate di tumore al seno, nata nel 2013. E oggi, per la nostra rubrica ‘Andiamo a conoscere’, ti presentiamo proprio le Pink Amazons, le donne che affrontano il cancro a colpi di pagaia.

Andare in canoa previene il linfedema legato al tumore

L’idea ha radici lontane. Nel 1996, il medico canadese Don McKenzie inizia ad analizzare i benefici della pagaia sulle donne operate al seno e dopo mesi e mesi di ricerche non ha più dubbi: questo movimento lento ma incisivo permette di contrastare il linfedema, la patologia cronica che colpisce le pazienti oncologiche dopo l’asportazione dei linfonodi e che porta gonfiore.

In Italia esistono 35 squadre di 'canoiste' speciali

I suoi studi fanno il giro del mondo e danno vita a oltre 200 squadre di donne che, dall’America all’Australia, risorgono a bordo di una canoa. “Solo in Italia ci sono 35 squadre che fanno parte della rete Breast Cancer Survivors, tra noi ci chiamiamo sorelle” spiega Annalisa Pirastru, presidente delle Pink Amazons. “Noi Pink siamo il team milanese e abbiamo una trentina di iscritte: la più giovane ha 42 anni, le più anziane come me hanno superato i 60. Siamo lavoratrici, casalinghe, mamme, professioniste. Ci alleniamo tre volte alla settimana nel lago dell’Idroscalo, il meraviglioso polmone verde ai confini di Milano”.

Pink Amazons - Dragon

Il drago sulle canoe è simbolo del benessere psicologico

Già, ogni martedì, giovedì e sabato, le imbarcazioni colorate accarezzano l’acqua e si muovono come eleganti dragoni che incantano chi le osserva. “Le canoe si chiamano proprio dragon boat e hanno origini cinesi” prosegue la presidente. “Trasportano 20 pagaiatrici, la poppa ha la forma della testa del drago mentre la prua ricorda la coda perché questo animale è simbolo del benessere psicologico. La rotta viene indicata dalla timoniera a ritmo di un tamburo, che invece rappresenta il nostro cuore che è tornato a battere. Perché su queste canoe noi non facciamo solo sport, non curiamo soltanto il linfedema, ma ricominciamo a vivere”.

Tra una pagaiata e l’altra, queste donne superano le paure, ritrovano confidenza con un corpo che ne ha passate tante e si sostengono le une con le altre. “Venite a trovarci, a vedere con i vostri occhi che si può uscire dal tunnel della malattia e ritrovare la voglia di fare, muoversi e stare insieme. È un’attività faticosa, si suda ma non si perde mai il sorriso e quando si comincia è impossibile mollare”.

“Venite a trovarci, a vedere con i vostri occhi che si può uscire dal tunnel della malattia e ritrovare la voglia di fare, muoversi e stare insieme. È un’attività faticosa, si suda ma non si perde mai il sorriso e quando si comincia è impossibile mollare”

Annalisa Pirastru

Infatti, le Pink si allenano sempre, con il sole, la nebbia e il vento e qualche volta hanno anche spaccato il ghiaccio del lago a colpi di pagaia. E di risate. Oltre agli allenamenti, poi, partecipano a competizioni ed eventi. “Abbiamo gareggiato a Venezia, sul lago di Garda, sul Tevere e sul Po, a Cagliari” racconta Annalisa. “Ogni specchio d’acqua può diventare teatro per delle giornate speciali fatte di benessere e serenità. Nel 2018 ci siamo ritrovate anche a Firenze per il raduno internazionale a cui hanno partecipato più di 4.000 donne operate al seno, che arrivavano da tutto il mondo. Il prossimo anno, Covid permettendo, dovrebbe esserci il nuovo raduno in Nuova Zelanda. Certo, queste trasferte hanno dei costi che non tutte possono permettersi, quindi lancio un appello: se c’è qualche sponsor che vuole aiutarci batta un colpo”.

E se l’anno prossimo sembra dietro l’angolo, le Pink Amazons provano anche a guardare più lontano, a sognare nuovi traguardi. “Dove saremo tra 10 anni? Noi speriamo di pagaiare ancora e di cavalcare il drago” conclude la presidente. “E speriamo anche che la scienza ci aiuti a non dover più combattere il cancro a colpi di pagaia”.